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L' Hikikomori entra nel vocabolario e nella realtà italiana

Tra i neologismi del nuovo Zingarelli colpisce l’acquisizione ufficiale nel lessico quotidiano del termine Hikikomori. Solamente pochissimi anni fa quasi nessuno ne conosceva il significato, proprio perché si riferiva a una realtà adolescenziale relegata unicamente alla società giapponese.  
L’ Hikikomori (lo stare in disparte, l'isolarsi) è un ragazzo che volontariamente vive recluso nella propria camera da letto, rifiutando ogni contatto con amici e familiari e passando le proprie giornate davanti a un computer connesso in rete. Spesso vive come un clochard tra i propri rifiuti, di giorno dorme oscurando le finestre, la notte è impegnato, con altri suoi simili, sui social network o in interminabili sessioni multiplayer. I primi casi accertati di sospetti Hikikomori furono segnalati in Italia tre anni fa, si pensava che il fenomeno dei reclusi volontari in camera da letto fosse un esito della cultura e società giapponese, ma invece anche nel nostro paese fenomeni analoghi cominciarono a destare preoccupazione.  
 
Antonio Piotti, uno psicoterapeuta dell’ “Istituto di analisi dei codici affettivi Il Minotauro” di Milano, intervistato da La Stampa, aveva raccontato di occuparsi già da qualche anno del fenomeno e di aver avuto varie richieste di aiuto, soprattutto dai genitori di una ventina di ragazzi auto reclusi in camera. 
In Giappone si tratta di una problematica sociale molto grave, si parla di un milione di giovani che si sono reclusi, da loro è normale che un figlio maschio resti in famiglia anche dopo i trent’anni e le madri si occupano molto di loro.
 
Mamma apprensiva e padre assente, perché fagocitato dal lavoro, erano state identificate come le costanti familiari dell’ Hikikomori. Di solito è un primogenito maschio, con spesso entrambi i genitori laureati, pone molte attese, forse troppe, infatti il primo sintomo della patologia è il disagio scolastico.  
 
Solo tre anni fa non sembrava possibile prevedere quanto nel nostro paese si sarebbe potuta sviluppare questa sindrome, che nasce da un senso d’inadeguatezza dell’adolescente rispetto alle mode correnti o agli stili giovanili che segnano il successo. Il ragazzo s’imprigiona in camera perché solo nel mondo epico dei giochi di ruolo on line, o quello delle relazioni che passano per il suo computer, può gestire un’esistenza che non lo faccia sentire un meschino, come nella vita reale.  
A giugno un primo segnale concreto sulla consistenza del fenomeno alle nostre latitudini fu lanciato da Donatella Marazziti, una docente di Psichiatria dell’Università di Pisa, che richiamava l’attenzione sulla crescita degli Hikikomori italiani: “Si tratta di una delle forme emergenti di dipendenza che sta lievitando, purtroppo, e che spesso viene confusa con situazioni psicopatologiche diverse. Una dipendenza che va affrontata e prevenuta innanzitutto attraverso la conoscenza del fenomeno, che è invece ancora sottaciuto.”  
 
Un allarme ancora più deciso sugli Hikikomori di casa nostra è stato lanciato una settimana fa a Milano, in occasione del 46° Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria. Sarebbero tre milioni gli italiani colpiti da un disturbo psicologico che li costringe a isolarsi dal mondo nello stile degli Hikikomori giapponesi. L’incidenza del disturbo colpirebbe l’11% della popolazione, con una prevalenza per i maschi dai 12 ai 20 anni, resi dipendenti dalla frequentazione compulsiva dei casinò online, youtube e i siti pornografici.
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Facebook: impara a difenderti dai contatti molesti

Ogni giorno, in Italia, un utente si sveglia e, ancor prima di fare colazione, effettua l’accesso a Facebook. Sa che dovrà visualizzare centinaia di fotografie orrende, lamenti, polemiche, citazioni chilometriche e critiche feroci rivolte a chichessia prima di approdare a qualche contenuto utile, divertente, positivo o anche solo vagamente propositivo.

Chiaramente cancellare gli “amici” può essere un’azione eccessiva e dare luogo a sgradevoli incidenti diplomatici (togliere l’amicizia alla suocera non è una buona soluzione), ma difendersi dai contatti molesti è possibile. Come? Impara a riconoscerli e inizia ad avvalerti della funzione “Non seguire più”. 


Ecco le più comuni tipologie di utenti fastidiosi con i quali ognuno di noi ha quotidianamente a che fare:

1- ll postatore incallito 

Fotografa e posta qualunque cosa, a qualunque ora, in maniera compulsiva. Pensa che anche l’insalata ammuffita in busta sia degna di ricevere una pioggia di “Mi piace”. Senz’altro anche tu sei colpevole: mosso da pietà per il suo post con zero Like, con un pigro movimento di falange hai messo in atto lo sforzo di far apparire il tanto agognato pollicione. Bene, non farlo mai più, certi comportamenti ossessivi non vanno incoraggiati. 

2- Il dispensatore di Cultura

Il colto legge tantissimo (o meglio, si professa un avido lettore). Il colto legge SOLO libri colti e DEVE sbatterti in faccia la sua cultura. Il colto ha tantissimo tempo da perdere, tanto da permettersi di trascrivere interi paragrafi di capolavori che tu, povero ignorante, secondo lui non hai mai letto e dei quali, se non fosse per lui, neanche conosceresti l’esistenza. Capra! Ancora peggio quando ricopia intere poesie, la scrittura in versi intasa la bacheca in maniera ancora più rapida. Nessuno mette in dubbio l’utilità della lettura, ma perché ostentare la propria cultura?

3- La fashon victim snob

Si tratta di un comportamento tipicamente femminile. La snob è superiore e quindi può permettersi di criticare tutti. Lei detta le regole della moda e del bon ton. Il suo status tipico è: “ Cioè, la tipa seduta vicino a me sul treno indossa ancora il top x con dettaglio y…ma qualcuno le ha detto che non siamo più nella prima decade del 2000? Ma non si vergogna?” Si diletta come futura giornalista per le riviste dei saloni di parrucchieri o forse è solo invidia verso chi vive serenamente con se stesso senza tanti condizionamenti mentali? Cara snob, rilassati!


4- Il "socialmente impegnato" sui social

È colui che, dopo l’accadimento di fatti drammatici, pensa davvero di cambiare il mondo mostrando la sua solidarietà con un post su Facebook. ESIGE che anche i suoi contatti facciano altrettanto. Se non lo fate vi si scatena contro con frasi del tipo “Ma voi utilizzate Facebook solo per condividere le foto di gattini?” Sì. E allora? Fatevi coraggio, inspirate profondamente e cliccate senza indugi sulla funzione “Non seguire più”.

5- Il garante della privacy

Si lamenta se qualcuno guarda le sue foto su Facebook o se diffonde le notizie che ha pubblicato. Ribadiamo alcuni concetti fondamentali: A- Iscriversi ai social network non è un obbligo. B- Postare foto e status con dettagli della propria vita privata non è questione di vita o di morte. C- Facebook è uno strumento abbastanza evoluto da consentire la visualizzazione di certe informazioni solo a determinate persone. Davvero vale la pena leggere gli status di persone che pubblicano informazioni delle quali però non vogliono che si parli?

E voi da quale tipologia di utente siete più spesso infastiditi? Vi riconoscete in qualcuno di questi comportamenti oppure venite importunati da altre categorie di contatti? Raccontateci la vostra esperienza!

 

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