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Dispute su Internet? In Cina apre il terzo tribunale dedicato ai diverbi informatici

 Risolvere dispute sul web?

pechino1In Cina sono già al terzo tribunale dedicato esclusivamente alle diatribe informatiche. Con 800 milioni di utenti, in continua crescita, il lavoro non manca davvero. 

La seconda “internet court”

Sabato scorso, infatti, ha preso servizio la seconda “internet court”, cioè la seconda corte del Paese che si occupa di una serie di controversie specifiche anche se piuttosto ampie.

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Si va dallo shopping online ai contratti per i servizi delle piattaforme digitali, dalle norme sul diritto d’autore ai domini e così via passando per tutto ciò che tocca la vita digitale dei cittadini cinesi.

 

Il nuovo tribunale ha aperto a Pechino e il suo nome ufficiale è proprio “Corte internet di Pechino”. Secondo l’agenzia d’informazione governativa Xinhua, che cita An Fengde, vicepresidente dell’Alta corte del popolo di Pechino, il numero dei casi legati a internet sta salendo rapidamente.

Nei primi otto mesi dell’anno le corti pechinesi hanno avuto a che fare con qualcosa come 37mila dispute in qualche modo collegate ai temi della rete, con un aumento del 24,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

In arrivo una terza corte a Guangzhou

guangzhouLa corte è singolare anche per il tipo di funzionamento che seguirà. Sarà per esempio aperta 24 ore su 24 ed è dotata di 38 giudici estremamente competenti, ciascuno con almeno dieci anni di lavoro alle spalle, guidati dal presidente Zhang Wen.

Pure la collocazione non sembra lasciata al caso: il tribunale è collocato allo Zhongguanculn Fengtai Science Park, e ovviamente gran parte dei procedimenti avviene per via digitale, su una piattaforma dove sono a disposizione tutti i documenti e i dettagli del caso.

Così come le sentenze. Segue la prima corte del genere inaugurata lo scorso anno ad Hangzhou, nello Zhejiang, a sud di Shanghai. Stando ai progetti dovrebbe aprirne un’altra fra pochi giorni a Guangzhou.

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di Irene Caltabiano

 

 


 

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In arrivo cerotti smart per percepire suoni al posto degli auricolari

Cuffiette che si attorcigliano o che cascano continuamente dalle orecchie.

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Se avevamo pensato di porre fine a tutto questo con gli auricolari bluetooth, arriva una soluzione ancora meno ingombrante. La nostra pelle diventerà microfono e altoparlante e non dovremmo nemmeno preoccuparci di portarci dietro le cuffiette.

L’idea viene dalla Corea del Sud e, più precisamente, dai laboratori del National Institute of Science and technology di Ulsan, dove un gruppo di ricercatori  è riuscito a realizzare cerotti in grado di condurre segnali acustici.

Tutto ciò grazie a nanomembrane trasparenti e flessibili che contengono un minuscolo reticolo di fili d’argento, rivestiti da strati di polimeri, consentendo di registrare e riprodurre suoni a fior di pelle.

Come funziona

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L’innovativo materiale trasporta il segnale stesso, operando di conseguenza come un altoparlante indossabile. Il segnale audio  proveniente dalla fonte surriscalda il reticolo di fili del cerotto fino a 33 gradi.

 

In tal modo, il nostro orecchio inizierà a percepire le variazioni della pressione nell’aria circostante, come onde sonore generate dalla voce, vengono convertite in segnali elettrici e poi inviati a un dispositivo esterno, come uno smartphone o un computer, per essere memorizzati ed eventualmente riprodotti.

Quali utilizzi futuri?

auricolari4Potrebbero dunque sostituire cuffie, earbuds, auricolari e tutti gli accessori che oggi si usano per ascoltare musica e aiutare i disabili, fungendo addirittura da speaker per ridare voce a chi l’ha persa. O fungere come tecnologia indossabile per il riconoscimento vocale.

Anche per questo, il prossimo obiettivo dei coreani è quello di migliorarne l’accuratezza nel distinguere voci e parole. Per quanto riguarda la funzione di altoparlante invece, si lavora per migliorare la qualità e il volume del suono. Ma sarà necessario anche trovare materiali adatti.

 Insomma, andiamo sempre più verso una tecnologia innovativa e integrata. E forse avere il ritmo nel sangue non sarà più semplicemente un modo di dire. 

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di Irene Caltabiano

 

 

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Ostentare ricchezza sui social potrebbe causare problemi con il fisco

Occhio a ciò che pubblicate su social

facebook-fisco1Non te lo saresti mai aspettato, ma condividere su Facebook tutti quei post con foto, video, stories tra viaggi, piatti da gourmet, belle automobili e serate nei locali più in voga potrebbe ritorcervisi contro: ebbene sì, perché pare che il Fisco stabilisca se dichiari il falso in base a quello che posti sui social network mostrando il tuo reale tenore di vita.

Qualora dichiarassi un reddito da persona disagiata e invece pubblichi puntualmente ogni mese, settimana o giorno diversi viaggi in tutto il mondo, ci sarebbe certamente qualche dubbio sul tuo reale status sociale, non credi? Vediamo nel dettaglio cosa sto per svelarti, qualora non lo sapessi già.

 

I controlli fiscali via social: rivoluzione o sciagura?

lusso-barcaIn molti sanno che esiste un termometro finanziario che indica al Fisco il nostro tenore di vita: se ci sono movimenti strani sopra un determinato limite, si attiva un allarme e partono i controlli perché, è logico, non puoi spendere senza guadagnare altrettanto.

Ostentare il proprio tenore di vita sui social network è una scelta che può essere controproducente, visto che i controlli fiscali -da un po’ di tempo a questa parte- analizzano e considerano alcuni parametri visibili e deducibili attraverso quello che pubblichiamo sui nostri profili.

Facebook e la giustizia fiscale: la soluzione

ostentare ricchezzaSecondo la legge, evasione e frode fiscale sono causa di una disfunzione del nostro Paese. Il Fisco ha compiuto passi evolutivi per stare dietro alla rivoluzione tecnologica, arrivando ad applicare sistemi di analisi del proprio patrimonio anche attraverso la pubblicazione di post sui propri social.

Mostrare senza remore il proprio status sociale per poi apparire meno abbienti di quanto si possa essere in realtà vuol dire, a tutti gli effetti, confessare di dichiarare il falso allo Stato. 

In queste situazioni, purtroppo non così rare quanto potremmo aspettarci, sono già scattati in passato accertamenti fiscali, spesso seguiti da salate cartelle esattoriali.

 E, se non sei convinto di quanto ti sto raccontando, puoi credere alle sentenze giudiziarie: in diversi casi, sono state prodotte le prove utili per permettere ai giudici ad emettere sentenza contro gli imputati, semplicemente grazie ai post pubblicati su Facebook o Instagram.

Che tu stia ostentando una vita che puoi permetterti o, al contrario, mostri più di quanto hai dichiarato allo Stato, è bene che tu conosca le responsabilità a cui vai incontro. La soluzione resta una: non fingere, non mentire. E, soprattutto, non farlo al Fisco, perché è ormai comprovato che i controlli sono reali e all’ordine del giorno.

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di  Felice Catozzi 

 

 

 

 

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