Stop funding hate: pagheresti i giornali per alimentare l'odio?

“Goccia dopo goccia, la società è stata avvelenata. I giornali usano odio e paura per vendere di più, senza sapere cosa pensa il lettore. Perché l’odio paga”.

La campagna Stop Funding Hate mette in luce una verità che tutti conosciamo: i giornali, per sopravvivere, traggono larga parte dei loro profitti dalla pubblicità. Che succede però se lo slogan o il prodotto veicolato da un’azienda viene affiancato a parole violente e offensive?

L’obiettivo alla base dell' iniziativa, partita nell’agosto 2016, è molto chiaro: raccogliere consensi per convincere le grandi marche a non inserire più reclame in giornali che alimentano odio e razzismo. La scintilla è stata l’ondata pro-Brexit di alcuni tabloid inglesi,  in particolare  un articolo del Daily mail in cui i giudici della magistratura reale venivano definiti nemici del popolo, impossibilitati a mettere in atto immediatamente la decisione del referendum popolare perchè necessario il benestare del Parlamento britannico. A esser preso di mira non solo il giornale inglese, ma tutta la stampa europea, mettendo in evidenza come parecchi titoli si scaglino contro i migranti con degenerazioni dal tono razzista e polemico, non ultime le testate italiane.

Risultato? La Lego, uno degli advertisers più forti del Daily Mail, ha abolito qualsiasi accordo pubblicitario. Il fine di Stop Funding Hate è chiaramente far perdere quote a giornali che promulgano contenuti di un certo tipo.

Giusto o sbagliato?

 È  vero, l’odio paga più di bontà e ottimismo e genera pioggie di click. La diffusione degli haters sul web ne è un chiaro esempio. Il progetto tuttavia ha raggiunto le 6 milioni di visualizzazioni del video promozionale e oltre 200.000 condivisioni su Facebook. Se il popolo dei social ha promosso l'iniziativa, lato giornalisti non è stata molto apprezzata.

Naomi Fhirst della rivista Spiked, definisce  «basata interamente sulla censura. I sostenitori vogliono che il Daily mail perda soldi solo perché non sono d'accordo con ciò che scrive. In un altro tweet Stop Funding Hate ha detto: “ Condividete se pensate che British Airways dovrebbe smettere di far pubblicità su giornali che vanno contro la democrazia britannica”. Peccato che in una democrazia i personaggi pubblici non sono mai al di sopra delle critiche. I tabloid mettono in discussione élite e status quo della società. Può non piacere cosa scrivono ma nessuno è obbligato a comprarli».

Neanche Brendan O’ Neill dello Spectator ci va sul leggero«Freniamo gli eufemismi e il parlare di tolleranza. Questo è uno sforzo sornione, sinistro per rilassarsi e domare la stampa. Uno smistamento di potere capitalista per punire i giornalisiti e costringerli a cambiare. È una pugnalata alla censura, non un urlo alla tolleranza».

In media stat virtus. La campagna Stop Funding Hate potrebbe incorrere nell’errore opposto, ovvero “spingere all'odio di chi odia”. D’altra parte, la libertà di espressione  non  giustifica un linguaggio xenofobo e violento o immagini troppo cruente. Un equilibrio delicato che ultimamente ci ha chiamato spesso in causa, tra vignette di Charlie Hebdo e dichiarazioni di giornali nostrani. Far sì che le aziende evitino di finanziare alcune testate è deterrente sufficiente per non pubblicare certe affermazioni? E, lato lettori, sensibilizza a maggior attenzione  e senso critico rispetto a ciò che si legge?

Il messaggio è perentorio, ma se il video è diventato virale un motivo ci sarà. 

 

di Irene Caltabiano

 

 

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