Da commerciante a scrittore: la storia di Luciano, il signore in giallo

Scrivere è una necessità.

intervista-assassinaSono sempre stata dell’idea che autori, in qualche modo, si nasce. Qualcuno possiede la vocazione per ingegneria e matematica, altri per lo sport. Se invece ami mettere pensieri o storie nero su bianco sarà difficile che questa passione ti abbandoni. Anche se la vita ti ha portato a dover prendere un’altra direzione.

C’è chi infatti, anche giunto nel mezzo del cammin della sua vita, non ha abbandonato il proprio sogno. Luciano Faraco, classe 1960, ufficialmente fa il commerciante ma ha sempre amato scrivere. Da Napoli con furore, ha da poco sperimentato la gioia di veder pubblicata la seconda edizione de L’intervista assassina, suo primo romanzo. Gli abbiamo fatto qualche domanda per capire come sia possibile conciliare lavoro e passioni e regalare qualche consiglio agli aspiranti scrittori.

L’amore di Luciano per carta e penna ha radici lontane«Da ragazzo volevo fare il giornalista. A scuola ero bravo con i temi, ma nulla di più. Non mi ero mai cimentato a scrivere seriamente un romanzo e non pensavo neanche di esserne capace. Finchè un’estate di qualche anno fa ne parlai con un mio zio, giornalista de Il Mattino e da sempre mio riferimento culturale, manifestandogli questa mia voglia segreta di scrivere una storia».

Com’è andata?

«Mi chiese di buttare giù qualche pagina. Quando lesse quelle righe rimase fortemente colpito e mi spronò a continuare.  Da quel momento ho scritto alcuni brevi racconti, canzoni e poesie, anche in dialetto napoletano. Fino ad arrivare a “L’intervista assassina».

Cosa ti ha spinto a scrivere un giallo?

«È da sempre il mio genere preferito. Ricordo ancora il primo che lessi: un Mondadori, quelli con l’immagine dentro il giallo-mondadoricerchio, al centro della copertina, che richiamava la storia. Avevo sedici anni e lo presi dal cassetto del comodino di mio padre, grande appassionato della categoria».

C’è stato qualche evento particolare che ti ha ispirato?

«Era l’estate del 2012. In tv imperversava la terribile vicenda di una ragazzina uccisa con una cinta stretta intorno al collo. Fu il macabro “giallo dell’estate”, con continui colpi di scena. Seguivo come tutti l’evolversi del caso; d’altronde era quasi impossibile non farlo, dal momento che ogni canale dedicava ore alla terribile vicenda. Ovviamente i media ne erano attirati come il miele. Inviati speciali, giornalisti e pseudo tali, analizzavano l’evento in modo freddo, come se stessero parlando di una partita di calcio. Non potevo far a meno di provare disgusto per quelle persone senza un briciolo di cuore, che sguazzavano nel dolore altrui».

E quindi cosa è scattato dentro di te?

Provavo un tale rancore da aver voglia di vendicarmi di quel modo di fare ripugnante. Fu così che mi venne l’idea, ma solo l’idea, di inventarmi una finta storia misteriosa con la classica persona scomparsa, chiamare le testate giornalistiche e farle appassionare alla vicenda, per poi ridicolizzarle in diretta tv svelando la messinscena. Da qui a scrivere un romanzo il passo è stato breve».    

Esiste un metodo giusto da seguire per scrivere una storia?

«Ognuno ha il suo. Personalmente cerco sempre qualcosa di originale, una vicenda che mi permetta di creare una certa dose di mistero e suspence. Poi comincio a scrivere la trama, dividendola in avvenimenti da approfondire. Butto giù le caratteristiche sia fisiche che caratteriali dei protagonisti,  con tic e manie, e elaboro schede per evitare di dimenticarne le peculiarità. Poi scrivo, riga dopo riga, di getto, finchè non mi calo anche io nella storia, diventandone parte integrante. Ogni tanto torno indietro per modificare, correggere e perfezionare. In un giallo è molto importante la sequenza cronologica degli avvenimenti e il riferimento al profilo psicologico dell’assassino già tracciato in precedenza. A lavoro finito rileggo tutto per far quadrare alla perfezione la storia».

Passando alle domande più pratiche… è possibile conciliare due attività lavorative contemporaneamente?

«Si, ma con molta difficoltà .Bisogna organizzarsi molto bene ed occupare tutti i tempi morti. Stare alla guida ad esempio stimola la mia creatività e quando sono in macchina da solo spesso mi capita di prendere appunti (dopo essermi fermato, ovviamente)».

Come sei riuscito a far pubblicare il libro? Cosa consiglieresti a chi vuole scriverne uno?

«Lo pubblicai la prima volta a mie spese. Una grande soddisfazione certamente. Qualche copia l’ho regalata, molte altre le holuciano-faraco vendute, ricevendo tantissimi complimenti. Poi conobbi il titolare della NPE, una piccola casa editrice alla quale sottoposi il volume. Dopo alcuni mesi ricevetti la telefonata che ogni scrittore alle prime armi vorrebbe ricevere: il signor Nicola Pesce mi disse  che il romanzo era piaciuto ed avevano deciso di pubblicarlo. Un momento molto emozionante. L’unico consiglio che mi sento di dare a chi vorrebbe scrivere un romanzo e non pensa di esserne capace è : butta giù tutto ciò che ti viene in mente  e rileggilo, male che vada hai sprecato un foglio».

Luciano ha già pronto il secondo romanzo, un altro giallo dal titolo Il Mistificatore, ambientato per metà a Roma e l’altra in un’isola del Mediterraneo, a  breve nelle librerie e già presente nei cataloghi online. «Il mio obbiettivo è diventare un raro esempio del "si può avverare un sogno, basta crederci"». Direi che è già sulla buona strada.

 

di Irene Caltabiano

 

 
 
 
 
 

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