Cosa spinge i giovani a imbrattare le città con lo spray?

Impara l’arte e… regalala al mondo.

street_artL’arte del Graffity Writing è nata a Philadelphia all’epoca dei Beatles ed è sbarcata in Italia una ventina d’anni dopo. “Deve essersela fatta a nuoto”, sostengono i più maliziosi, sottolineando come ogni nuova moda o tendenza approdi nel nostro paese con colpevole ritardo.

C’è poco da rammaricarsi, stavolta, considerando che nella maggior parte dei casi non si può parlare d’arte ma di vero e proprio vandalismo. Va fatto, a tal proposito, un netto distinguo tra la street art e il quotidiano imbrattamento di beni o spazi pubblici e privati.

Mentre nel primo caso parliamo di una sorta di movimento madonnaro 2.0, nell’altro si tratta di comuni fenomeni di delinquenza il cui fine è marcare il territorio e implorare un po’ d’attenzione.

Gli street artist, bontà loro, abbelliscono, impreziosiscono e addirittura rivitalizzano elementi urbani anonimi o degradati. Mettono il loro talento al servizio della collettività senza chiedere nulla in cambio, accontentandosi di un applauso e magari qualche obolo.

In Italia abbiamo due eccellenze, in questo campo. La più famosa è Alice Pasquini, un’artista che ha realizzato opere murarie in tutto il mondo ed è stata recensita da quotidiani del calibro dell’International New York Times. L’altro fiore all’occhiello è invece Andrea Gandini, un ventenne romano che gira per la città scolpendo i tronchi tagliati degli alberi.

Questi due esponenti della street art nostrana dimostrano come sia possibile coniugare l’arte col recupero del paesaggio e rappresentano senz’altro un modello da seguire e a cui ispirarsi. Là dove non intervengono governi e amministrazioni comunali, possono fiorire capolavori che danno lustro a quartieri spesso malfamati o comunque poco considerati.
 

 

Il rovescio della medaglia.

street_artCome spesso accade, tuttavia, il messaggio originale viene distorto, travisato. Il fatto che qualcuno, dipingendo un muro, abbia acquisito fama e notorietà, ha indotto una moltitudine di persone prive di talento artistico ad armarsi di spray o pennarello per ottenere visibilità.

L’obiettivo di questi ragazzi è imporre i propri pseudonimi all’interno dei contesti urbani. Nulla viene risparmiato: muri, saracinesche, segnali stradali, armadietti delle società elettriche o telefoniche, autobus, treni, metropolitane e chi più ne ha più ne metta. Qualsiasi superficie scrivibile, specie se pulita, diventa un richiamo più attraente di una gemma d’oro per una gazza ladra.

Spesso, come anticipato, si tratta di un modo per marcare il territorio. Come a dire “questa è zona nostra” oppure “qui siamo arrivati noi, per primi”. Ed è proprio qui che il gioco diventa pericoloso, perché assume i contorni della sfida. Non di rado ci si spinge oltre pur di raggiungere e griffare qualcosa di apparentemente inarrivabile o inespugnabile.

Può suonare paradossale ma imbrattare le città è una “missione” pericolosa, molto più del parkour (disciplina metropolitana che consiste nell’eseguire un percorso superando qualsiasi genere di ostacolo, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante, ndr).

Non di rado si rischia l’osso del collo per arrampicarsi su un cavalcavia o all’interno di una galleria. Altrettanto di frequente, magari introducendosi in una proprietà privata, c’è il pericolo che qualche vigilante esploda colpi d’arma da fuoco confondendo i graffitari con dei malviventi che hanno intenzione di rubare.

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Perché accade tutto questo?

street_artSono diverse le interpretazioni che psicologi e sociologi hanno dato al problema. Secondo alcuni studi, il fenomeno dei graffiti è legato alla mancanza di spazi pubblici, di verde, di giardini e luoghi d’incontro nelle città.

Nelle metropoli moderne, tutto è privatizzato e inaccessibile, dunque le scritte rappresentano una forma di rifiuto sociale, una specie di aggressione simbolica. Dal dopoguerra fino agli anni Ottanta, invece, c’era abbondanza di spazi verdi in cui i ragazzi potevano incontrarsi, giocare e socializzare.

La cementificazione delle aree urbane, quindi, è percepita come una limitazione della libertà e spinge i giovani alla ribellione. Non potendo abbattere fisicamente le strutture, si pensa di violarle a suon di scarabocchi dai toni volgari e violenti. Una conferma di questa tesi viene direttamente dalla storia, ricordando cosa accadeva ai tempi del muro di Berlino.

Lo stesso discorso vale per tutti quei simboli universalmente riconosciuti come appartenenti al potere, alla globalizzazione e al capitalismo: ogni spazio “rubato” è buono per esprimere il proprio dissenso e chiedere implicitamente aiuto. In questo modo, infatti, le persone cercano di lasciare un segno della loro esistenza, poiché si sentono ignorate, inascoltate.

È evidente, dunque, che il problema non si risolve né con la repressione né col buonismo. Bisogna restituire ai giovani tutto ciò che negli ultimi decenni gli è stato tolto, affinché possano tornare a sentirsi parte di qualcosa. Nel momento in cui smetteranno di percepirsi come dei corpi estranei, dei soggetti indesiderati alienati da smartphone e PlayStation, probabilmente torneremo a vedere muri e metropolitane puliti.

 

di Giovanni Antonucci

autore del romanzo "Veronica Fuori Tempo"

 

 

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