Cosa ho scoperto nelle miniere boliviane del Cerro Rico

La montagna "mangia uomini"

cerro-ricoC’era una volta, tanto tempo fa, una vetta rossa, alta 4700 metri, che la popolazione locale chiamava Sumaq Urqu (ovvero picco splendido). 

Leggenda narra che un indigeno alla ricerca del suo lama fu colto dalla notte gelida nel bel mezzo del suo girovagare, accendendo un fuoco per riscaldarsi. La mattina successiva si accorse di aver sciolto il terreno, ricco d'argento. 

Ben presto però le storie locali arrivarono alle orecchie dei conquistadores spagnoli, segnando l’inizio della fine.

Nonostante nessuno ormai sappia più cosa sia Sumaq Urqu, tutti conoscono il “Cerro Rico” di Potosì,  il deposito d’argento più grande del mondo. La miniera che ha cambiato le sorti di un continente.

L’argento assassino che ha finanziato un impero

minatori-5La storia di come venne scoperto l’argento è, appunto, solo una leggenda. Ciò che conta è che, dal sedicesimo secolo a oggi, sono state estratte circa 60.000 tonnellate d’argento che hanno finanziato l’impero coloniale spagnolo, la Invincibile armada e il Rinascimento europeo.

E, mentre dalle nostre parti, si godevano i frutti della montagna d’argento, in Sud America lo stesso luogo aveva cambiato nome, diventando la “montagna mangia uomini”.

Ė stato stimato che ben otto milioni di schiavi, tra africani e indigeni, siano morti prematuramente lavorando nel cuore della montagna o nella zecca.

Potosì, un impero perduto

el-tiòSono stata a Potosì, ed è difficile immaginare che fosse una delle città più grandi e ricche al mondo. 

Le stradine in stile coloniale del centro sono in netto contrasto con le catapecchie di mattoni rossi che le circondano.  Il “Cerro Rico”, silenzioso sullo sfondo e ormai trivellato come una forma di gruviera, sta sprofondando su se stesso abbassandosi di una manciata di centimetri ogni anno.

Pensate che all'interno delle miniere esiste il fantoccio del Tìo, nella tradizione signore degli inferi e delle montagne, rappresentato sempre con il membro in erezione ad indicare la fertilità del territorio. Periodicamente i minatori offrono alcol, sigarette e foglie di coca o addirittura sangue di lama, per compiacerlo e far sì che l'enorme montagna non gli crolli sulla testa. 

 

Dentro la zecca di Potosì, il pavimento di legno è visibilmente solcato dal segno dei passi degli schiavi che, ogni giorno, per secoli hanno ripetuto gli stessi movimenti.

Si dice che un asino mandato a lavorare alla zecca durasse sei mesi, un uomo solo tre, a causa dello stretto contatto con il mercurio necessario all’estrazione del metallo prezioso. 

La ricchezza e lo sfarzo di un impero hanno coinciso con la sofferenza e la distruzione di un continente intero.

Cosa è rimasto?

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Sono entrata nella montagna con un gruppo di preparatissimi ex-minatori che organizzano tour al suo interno. 

Ho visto i visi impolverati di lavoratori dai 15 ai 40 anni masticare foglie di coca prima di inoltrarsi nell’oscurità e nell'incertezza del posto di lavoro.

Sono organizzati in cooperative e lavorano in modo indipendente, vendendo a imprese con sede in loco quello che riescono a ricavare a fine giornata. Non hanno nessuna garanzia, e vengono pagati in base a qualità e peso di ciò che  ricavano. 

Un ragazzo dagli occhi tanto scuri quanto svegli mi svela che suo padre è morto in miniera e che certamente lui farà la stessa fine. Riesce a guadagnare fino ai 300$ alla settimana, circa il doppio dello stipendio minimo boliviano, ma conferma tristemente che non ci siano altri sbocchi lavorativi per lui e i suoi coetanei.

Almeno 15.000 boliviani, per lo più di origine indigena, ancora minano il pericolante Cerro Rico senza assicurazione sanitaria. Chi non rimane vittima di incidenti solitamente viene stroncato da silicosi o tumori ai polmoni prima di raggiungere i quarant’anni d’età.

Il governo boliviano conferma di aver investito circa due milioni e mezzo di dollari per mettere in sicurezza la montagna ma la gente del posto lamenta che non sia cambiato nulla e addirittura l’UNESCO ha dichiarato la montagna patrimonio dell’umanità in pericolo a causa di “estrazione mineraria incontrollata”.

Peccato che ciò che i boliviani di Potosì cercano non è una montagna da violentare in sicurezza, ma un’alternativa al lavoro sottoterra. 

di Darinka Montico  

Blogger, traveller e autrice di libri

 

Ecco i suoi libri:

Walkaboutitalia: l'Italia a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni»

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