Cari inglesi, e se vi negassimo il thè delle cinque?

Dear ladies and gentlemen.

Ho qualcosa da dirvi, dopotutto. Con tutto intendo il Brexit. Con tutto mi riferisco alle ultime notizie sulla simpatica suddivisione tra ITA-S ( italiano-siciliano) , ITA-N ( italiano-napoletano) e ITA-other ( qualsiasi altro connazionale) nei moduli scolastici di Inghilterra e Galles, sigle che sembrano nomi di Power Rangers. Parlo del crollo rovinoso della sterlina, che ha perso il 6% in un solo giorno.

In un impeto di malignità mi verrebbe da attribuire la discesa rovinosa della moneta inglese al karma. I britannici sono sempre stati orgogliosi della loro diversità, del loro humor, della guida a destra o della caccia alla volpe. Sempre ricambiati da un amore incondizionato, come una bellissima donna che sottomette tutti ai suoi capricci. Nonostante l'aria snob che ha sempre dimostrato verso il resto del mondo, per noi l'Inghilterra rimane la patria di un certo charme, di uno stile universalmente riconoscibile. La mamma di Shakespeare, dei Beatles, di Sherlock Holmes, delle creste punk. Lei con la sua Regina immortale e la London underground dalle mille linee colorate.

Il fatto che l'inglese sia la lingua internazionale deve aver gonfiato molto l'english ego. Non so perchè ma quando penso al britannico doc mi viene sempre in mente la faccia di Liam Gallagher, leader degli Oasis. Me lo immagino con quelle narici larghe, come se avesse sempre sotto il naso un escremento di cane, mentre ride del tuo accento maccheronico e dice :«You suck».

Non dobbiamo stupirci. Gli inglesi sono sempre stati un po' altezzosi e individualisti. Ed è evidente non solo nei suddetti episodi. Basterebbe anche solo dire che quello che per il resto del mondo è il il canale della Manica in Gran Bretagna è l'English Channel. Quella piccola striscia di mare separa il CONTINENTE dall' isola,non certamente il contrario. Tutto odora ancora della Old Greatness, gli antichi fasti vibrano nell'aria frizzante della capitale. Chiunque di noi avrà pensato, il giorno successivo al referendum che dichiarava il bye bye all'Europa: « E ora come farò ad andare a lavorare a Londra?». Neanche un attimo ci siamo fermati a riflettere che, forse, stiamo dando un po' troppa importanza a quest'elegante lembo di terra in mezzo al mare.

Lungi da me dal fare un discorso politico o economico (pur volendo, non posseggo gli adeguati strumenti di analisi). Ma, come è successo nel caso della nostra rappresentanza diplomatica d'oltremanica, non sarebbe il momento di tirar fuori un po' di orgoglio nazionalistico? Non inteso come una ottusa auto-affermazione dei superiorità, ma come maggior consapevolezza dei propri pregi. Gli italiani nella media sono molto esterofili e parecchio meno legati alla loro terra del resto degli altri colleghi europeo. Quasi ad unirci non fosse null'altro che un generale complesso di inferiorità.

Vivendo nel bel Paese, non posso parlare a nome di altri Stati. Ma non sarebbe il caso di rimarcare che gli italiani non sono solo pizza, mandolino e mafia? Siamo ancora, nonostante tutto, la settima potenza a livello mondiale. Abbiamo in casa il 70% del patrimonio artistico globale ( che andrebbe preso maggiormente in considerazione, siamo d'accordo). Siamo poliedrici, abbiamo un forte spirito di adattamento. E anche il caro Darwin diceva che a sopravvivere non è sempre, necessariamente il più forte. Abbiamo dalla nostra uno spiccato senso dell'ironia, che stimola, nel bene e nel male, una forte resilienza.

Ed è proprio con una freddura che l'ambasciatore Pasquale Terracciano ha “rimesso al loro posto” gli altezzosi inglesi dopo lo strafalcione scolastico. «Siamo uniti dal 1861», ha riferito al Foreign Office, e infine la Great Britain si è scusata. E se cominciassimo anche noi a fingere di non capire quando in un bar chiedete un cappuccino alle sette di sera? O quando dite buongiorno e sembrate Stanlio e Onlio? Oppure, se a Napoli cominciassero a servire la pizza solo alla people di Bristol perchè ci stanno più simpatici? O se vi costringessimo a parlare a gesti perchè in Italia si usa così? E se smettessimo di chiamarci writer e businessman e tornassimo a definirci come scrittori e uomini d'affari?

Questo mio scritto non è certo una dichiarazione di guerra. Mi preme solo dire che l'Inghilterra dovrebbe cominciare a farsi qualche domanda sulla solidità del proprio piedistallo.

Con affetto. Anzi, my best wishes.

Un'orgogliosa ITA-S.


di Irene Caltabiano

 

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