Perché non avremo mai un “True Detective” italiano

Una premessa è doverosa. Non sono esterofilo e neanche uno di quelli che ama particolarmente l’american way of life. Detto questo, devo ammettere che c’è una cosa che proprio invidio agli americani. Parlo della loro televisione, capace di produrre intrattenimento intelligente e ben fatto. Non voglio certo dire che tutta la programmazione sia di qualità, ma di certo ha prodotto alcuni dei contenuti più interessanti degli ultimi tempi. I Soprano sono paragonabili a un grande romanzo e altre produzioni sono più o meno allo stesso livello. The Shield, OZ, Game of Thrones, House of Cards, hanno tutti il respiro di un’ottima opera letteraria. E in Italia?
 
Qui dobbiamo accontentarci di Don Matteo che ha la profondità di un libro di Federico Moccia, e il buonismo insopportabile di un Fabio Fazio strafatto di Valium. 
La cosa più triste però, non è tanto che Gubbio in Don Matteo sembra avere tassi di mortalità più alti di Beirut, ma che le avventure del prete in bici non è la cosa peggiore che si vede nella televisione italiana.
 
 
D’altronde quando ci si ostina a definire Manuela Arcuri e Gabriel Garko attori, deve esserci qualcosa di tremendamente sbagliato. Eppure, intravedo un minimo di speranza, una piccola luce in fondo al tunnel accesa da Sky e dalle sue produzioni originali, che però va detto, se è vero che sono di gran lunga superiori alla media di quello che si vede sulla Rai e a Mediaset, sono comunque distanti anni luce dalla qualità letteraria e artistica delle serie americane. 
 
Ma da qualche parte si deve pur iniziare, no?
 
di Michele Dattoli