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Finanza etica

Co-living: i “condomini” dove, oltre il sale, ci si scambiano anche le idee

L’uomo è un animale sociale, eppure è innegabile che, quando si ritrova costretto a condividere gli spazi vitali con estranei, la vicinanza forzata possa far emergere i suoi lati peggiori.

Un esempio su tutti? I condomini, dove la contropartita legata al risparmio economico è rappresentata spesso da una quotidianità scandita da rivalità più o meno sotterranee, piccole e grandi scaramucce,  e compromessi non facili da mandare giù.

Tuttavia, in anni recenti il co-working ha preparato il terreno e aperto la strada a nuove forme di condivisione degli spazi vitali che confluiscono sotto la denominazione di co-living. Un’esperienza, questa, che recupera e mescola modelli abitativi anche diversi tra loro, tra cui il campus universitario, l’albergo e l’ostello.

Perché il co-living?

Co-livingI fattori che hanno determinato la nascita del fenomeno sono molteplici: su tutti, l’aumento degli affitti, la necessità di bilanciare il rapporto tra le ore lavorative e quelle dedicate alla vita privata, e la sempre minor propensione ad acquistare immobili.

Come si articola uno spazio di co-living?

La peculiarità è rappresentata dal fatto che al suo interno sono integrati molteplici servizi tra loro complementari. In genere, si tratta di residenze dotate non solo di una connessione wi-fi e di aree comuni in cui lavorare, ma anche, ad esempio, di una lavanderia e un parcheggio. Così è possibile svolgere la propria attività senza doversi muovere fisicamente, e avendo a portata di mano tutto ciò che è necessario nella quotidianità.

Le società che lavorano nel campo del co-living di solito propongono contratti di affitto brevi e flessibili, caratterizzati da tariffe forfettarie che includono l’affitto, le utenze e le pulizie.

Quando è nato il co-living?

Co-livingLa tendenza ha cominciato a manifestarsi negli Stati Uniti nell’autunno di due anni fa. Tra i primi soggetti a “fiutare” le potenzialità del settore sono state startup come Pure House e Common.

“Il nostro target non è costituito soltanto da nomadi digitali e freelancer, ma anche da persone che svolgono lavori caratterizzati da una routine più stabile e regolare”. A parlare è Brad Hargreaves, fondatore di Common, società di co-living con sede a Brooklyn nata a seguito della sua esperienza in General Assembly.

Brad Hargreaves ha deciso di lanciarsi in questo settore dopo aver notato che molti studenti di GA dovevano confrontarsi con un problema pressante, ovvero, trovare una sistemazione per frequentare i corsi. Così, la prima residenza di Common ha accolto venti di loro.

Il co-living piace perché consente ai giovani professionisti di sentirsi parte di una community in cui ci sono anche altri creativi. Le parole d’ordine sono confronto e collaborazione, e possono essere declinate senza limiti legati allo spazio o al tempo”. Così Ryan Fix (Pure House).

E l’Italia?

Co-livingIl co-living ha mosso i primi passi a Roma, nel quartiere Trastevere. Correva l’anno 2013 quando Ernesto Cinquenove, di ritorno da un periodo negli USA, fondò Together, il primo “cross-inspirational place that feels like home”.

Together si propone di essere una casa aperta a tutti. Un luogo in cui si può fare quello che si fa in una casa, e dove i residenti fissi possono incontrare quelli occasionali. Questo spazio può essere fruito anche da chi vive altrove, ma intende proporre un’attività e mettere a disposizione le proprie competenze in uno specifico settore. Promuoviamo l’incontro tra community locale e community globale sviluppando una rete internazionale composta da operatori dell’arte, dell’innovazione e di Internet”.

L’esperienza in breve tempo è decollata, e così a ottobre 2014 è nato un secondo co-living, Garden.

A Bologna, invece, una case history felice è quella di Lambanda, immobile situato in via della Braina dove risiedono 16 inquilini distribuiti su tre piani. L’artefice di tutto è stato Vincenzo Rizzuto, 26enne laureando in medicina, che, dopo essersi trasferito dalla Calabria, ha pubblicato un annuncio su Facebook. Il suo obiettivo era quello di incontrare persone con cui condividere tempo, conoscenze e momenti di riposo.

La popolazione di Lambanda è estremamente variegata: tra gli altri ci sono infatti ingegneri, giardinieri e fisarmonicisti. Perfino le famigerate riunioni di condominio qui assumono un sapore diverso: lo scaricabarile è bandito, perché le attività da svolgere vengono suddivise in base alle competenze. L’assunto di fondo è che, se ognuno dà un contributo a seconda di ciò che sa fare, probabilmente sarà più contento … e non avrà più pretesti per lamentarsi. 

 Francesca Garrisi
 

 

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Un consumatore informato decreta anche il successo delle aziende. Parola di GS1 Italy

I gesti che scandiscono il quotidiano sono solo apparentemente banali

In realtà parlano di noi, e dicono moltissimo. Indicano con chiarezza cosa ci piace e cosa no, descrivono il nostro carattere, e, a uno sguardo d’insieme, suggeriscono quali sono gli obiettivi che ci prefissiamo.

SpesaFare la spesa è una delle azioni che compiamo più spesso. Talvolta il nostro approccio è assolutamente meccanico e inconsapevole. Così, ci facciamo condurre, per inerzia, dalla forza dell’abitudine. Eppure, il semplice gesto di acquistare qualcosa innesca una serie di conseguenze, sia nel nostro microcosmo, che “nell’ecosistema” in cui opera l’azienda produttrice. I due rappresentano infatti i poli di una pila: solo se collocati nella posizione corretta possono essere efficaci e incisivi.

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Osservatorio Immagino: come “fotografare” i consumi degli italiani attraverso le etichette dei prodotti

 
Maggiori informazioni http://www.formicargentina.it/home/newscbm_975158/6/

Ciò rende necessario l’intervento di un soggetto terzo, una sorta di ponte, capace di far dialogare imprese e consumatori ottimizzando le risorse (umane e materiali) esistenti. GS1 Italy è un’associazione senza scopo di lucro che può essere annoverata tra questi mediatori.

“Apparteniamo a un consorzio presente in 112 Paesi. Siamo quelli del codice a barre, strumento utilizzato in 150 nazioni e che unisce un milione e mezzo di imprese. Questo è stato ideato 40 anni fa per risolvere il problema delle code alle casse, evitare le inefficienze e attivare processi di ricerca di mercato decodificando le richieste dei consumatori”. Così Marco Cuppini, research and communication director di GS1 Italy.

Digitalizzare i prodotti per favorire l’incontro tra domanda e offerta

GS1 ItalyNegli anni scorsi l’associazione ha lanciato Immagino, servizio finalizzato a rendere disponibili sui supporti tecnologici foto ad alta risoluzione delle merci, come pure tutte le informazioni obbligatorie per legge. Così, si è inserita nel solco tracciato dal Regolamento UE 1169.

GS1 Italy ha assunto un ruolo cruciale nel processo di comunicazione online e offline dei brand, aiutando i consumatori a essere maggiormente consapevoli di ciò che mettono nel carrello. A oggi sono circa 1300 le aziende che hanno aderito al servizio, per un totale di 83mila prodotti monitorati e 600mila immagini prodotte.

 

Come si informano i consumatori e quali sono i percorsi mentali che determinano gli acquisti?

GS1 ItalyI due quesiti rappresentano il fulcro del sesto volume della collana de I Quaderni di GS1 Italy pubblicato a giugno scorso. Questo lavoro, frutto di tre ricerche effettuate nel nostro Paese, costituisce uno strumento utile alle aziende della produzione e della distribuzione per ricostruire i meccanismi che regolano la domanda.

La prima delle tre ricerche, effettuata da ADM (Associazione Distribuzione Moderna) in collaborazione con GfK, ha evidenziato che per gli italiani fare la spesa significa essenzialmente raccogliere informazioni atte a valutare la qualità dei prodotti. Per circa la metà delle persone comprare equivale, in un certo senso, a staccare la spina e rilassarsi.

Il secondo studio, messo a punto da GfK su richiesta di GS1 Italy, ha dimostrato che, cercando informazioni a carattere alimentare, gli elementi su cui ci si focalizza maggiormente sono la gradevolezza, la positività e la costruttività del prodotto. Un approccio, questo, che mira a tutelare simultaneamente due dimensioni: quella della salute, e quella familiare.

Il principale luogo di raccolta delle informazioni sulle merci alimentari è il punto di vendita. Qui il consumatore reperisce i dati relativi a scadenza, prezzo, ingredienti, origine e modalità produttive.

Il sesto volume della collana de I Quaderni di GS1 Italy ha messo in luce che oggi, per affermarsi sul mercato, non basta comunicare con il potenziale acquirente. Bisogna farlo in modo approfondito e adeguato. Non è più sufficiente informare: il vero salto di qualità sta nell’interagire in modo appropriato. Insomma, le aspettative dei consumatori in merito a brand ed etichette stanno crescendo. Così, davanti alle aziende di produzione e distribuzione si dischiude una grande opportunità, ovvero, fornire ai clienti anche un contesto in cui collocare i “brutali” dati. 

 Un acquisto consapevole è una vittoria per tutti. Appaga il consumatore e ottimizza il lavoro dell’azienda. Siamo pronti a utilizzare l’informazione come seme, e non come arma impropria?
 Francesca Garrisi
 

 

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Il Cielo Sopra San Marco. Storie dal Veneto sopravvissuto alla crisi

Stereotipi e luoghi comuni stanno alla comprensione della realtà come la droga sta al corpo umano
Si ricorre, in entrambe i casi, a una sorta di scappatoia, una via di fuga, per evitare di investire energie, fisiche ed emotive, nella gestione dell’esistenza. Apparentemente ci si risparmia una quantità di problemi, si bypassano contraddizioni e complessità … ma poi gli eventi non tardano a presentare il conto.
 
NordestIl Veneto è stato una delle “vittime eccellenti” del tritacarne di cliché che caratterizzano una parte cospicua della comunicazione giornalistica odierna. Così, se un tempo la regione del Nordest veniva rappresentata come case history d’eccellenza, instancabile motore di sviluppo, a seguito della crisi iniziata nel 2008, è stata “declassata" a terra irrimediabilmente martoriata. 
 
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Eppure, basta smettere di affidarsi all’informazione urlata di certi media e prestare ascolto ai racconti di chi il Veneto lo vive, agisce e attraversa, per capire che esistono grappoli consistenti di energie più o meno sotterranee che si sono messe in moto. È una terra, questa, spigolosa e burbera, che si sta dimostrando capace di reinventarsi, pur con le sue contraddizioni. Abbiamo chiesto a Barbara Ganz, giornalista de Il Sole 24 Ore, di tracciare un quadro degli scenari odierni. 
 
Quando e perché è nato il blog Il Cielo Sopra San Marco?
Barbara_GanzE’ nato nell’aprile 2013 per una mia esigenza: trovare uno spazio per  le tante notizie del Nordest che non entravano nel giornale, dopo la chiusura delle edizioni locali. All’inizio pubblicavo sporadicamente, ora (più o meno) quotidianamente, ma se avessi il tempo ci sarebbe materiale anche più post al giorno. La questione delle aziende italiane lasciate solo in Libia, con i loro crediti, ad esempio, è diventata un tema ricorrente, e che davvero meritava di essere conosciuto.
 
 
La crisi ha colpito e squassato dalle radici il Nordest, intaccando il suo tessuto produttivo, fatto di piccole aziende a conduzione familiare. Com’è cambiato negli anni il territorio e qual è la situazione attuale?
Tutti gli studi indicano che c’è stata una grande (e dolorosa) selezione: aziende che sono scomparse, altre con determinate caratteristiche (una su tutte: la capacità di esportare) che vanno meglio di prima. Molte hanno saputo imparare dalla crisi: ad esempio aprendo ai manager esterni, e anche alle reti. Per anni abbiamo fatto titoli sul “fare squadra” quando in realtà aziende vicine non si parlavano neanche (e se poi mi copia?). Ora di esempi ce ne sono tanti.
 
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Serenella_AntoniazziDopo un “picco” d’interesse mediatico in concomitanza con il periodo clou della crisi i riflettori dell’opinione pubblica sembrano essersi spenti sul Nordest: si può dire che il peggio è passato, o piuttosto questo calo di attenzione ha motivazioni “opportunistiche”?
Io mi scontro quotidianamente con questa difficoltà: ricordate il tornado della Riviera del Brenta? Sui media nazionali sembrava non fosse successo nulla. Il Nordest fa notizia quando ci sono dati a favore o contro lo stereotipo (la locomotiva si ferma, la locomotiva riparte), e quando si può attaccare (come con la crisi della banche). Facciamo fatica a far passare altri messaggi meno folk, diciamo.
 
 
Leggendo il suo blog emergono molte storie di (ri)partenza che hanno per protagonisti giovani e donne. Si può dire che sono loro le “nuove leve” del fare impresa sul territorio?
In realtà non solo: c’è tutta una fascia di 40 e 50enni che hanno perso il lavoro, e loro sì sono stati costretti a reinventarsi. Ricordo i due amici ed ex colleghi over 50 che, dopo 13 anni in una azienda metalmeccanica, hanno rilevato una enoteca.  O Serena, di Rovigo, a casa dopo 27 anni nell’azienda in cui lavorava anche il marito. Si è inventata una gastronomia per cani che ha successo, e sa usare benissimo i social per farsi conoscere. Pensando a persone come loro ho pubblicato spesso le regole su come chiedere l’anticipo della mobilità, e su come costituire una cooperativa come quelle di dipendenti che hanno rilevato la propria azienda in crisi, altre belle storie accadute in Veneto (Berti, Zanardi).
 
 
Servizio_InOltreQuali effetti ha comportato la crisi in termine di coesione sociale? Sono emerse realtà, nell’ambito dell’associazionismo , capaci di tenere unite le aziende sane sopravvissute alla tempesta?
Questa è una cosa che mi stupisce ogni giorno: le difficoltà sono aumentate incredibilmente in questi anni, ma nonostante tutto c’è un ampio zoccolo di persone e di aziende che, anziché indurirsi, reagiscono facendo meglio di prima e assumendosi un ruolo sociale di primo piano. Poi spesso, con un atteggiamento molto veneto (che io ammiro) neanche vogliono che si sappia.
 
 
 
 
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Dal suo osservatorio, quali sono le tendenze economico-produttive che vede emergere sul territorio? Quale il possibile scenario da qui a cinque anni?
Non mi azzarderei a fare una previsione nemmeno a cinque settimane! Come si diceva in una assemblea di industriali pochi giorni fa, l’anno scorso a quest’ora Trump e Brexit erano due ipotesi poco credibili, e invece…Credo però che ci siano tendenze che ormai si sono affermate: un numero sempre crescente di docenti universitari che si spende per creare occasioni di incontro fra gli studenti e il mondo del lavoro, ad esempio. E la percezione che creare un ambiente di lavoro migliore non è uno spreco, ma ha grandi effetti sul clima interno e sui risultati. Non è un caso che qui a Nordest – dove il modello è nato - ci sia un accordo al giorno nel segno del welfare aziendale, che va sempre un po’ oltre e fa scuola.
 

 

 
 
 

 

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