Vi spiego perchè il giornalismo rinascerà grazie al documentario

Steven Avery.

steven-averyIn pochi sapevano chi fosse prima di Making a Murderer, serie originale Netflix che ha messo in luce uno dei casi di cronaca più disturbanti della storia americana. Un ventiduenne accusato di stupro nel 1985 e rilasciato dopo ben trent’anni grazie a un test del DNA che lo ha scagionato.

L'ex-carcerato è rientrato  in prigione solo pochi anni dopo, accusato stavolta di omicidio. Ma quest’uomo è davvero colpevole? O c’è qualcuno che ha sempre voluto incastrarlo? Making a murderer risponde a queste e altre domande.

Perché vi ho raccontato il caso specifico? Il presunto criminale , fino a un anno fa un perfetto sconosciuto, ha oggi il mondo dalla sua parte: 536.713 persone hanno firmato una petizione su Change.org per chiedere al presidente degli Stati Uniti di scarcerarlo. La  diffusione della vicenda su scala mondiale non è certo legata a testate internazionali quali il Washington Post o il New York Times ma a Laura Ricciardi e Moira Demos, documentariste d’assalto che hanno portato il caso all’attenzione globale.

Democrazia visiva

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Non si sa perché il documentario è stato sempre guardato come un genere meno importante, quasi una sorta di“fratello minore” delle pellicole su grande schermo. 

Nel corso degli anni  però è un genere che si è saputo reinventare, prendendosi “le giuste rivincite”. Da An inconvenient truth di Al Gore, ai lavori di Michael Moore passando per il più recente Fuocoammare del compaesano Gianfranco Rosi, persino le grandi star hanno abbracciato tale forma di narrazione preferendola al racconto filmica classica (vedi Leonardo di Caprio con Before the flood o Angelina Jolie con A place in time).

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C’è da riconoscere che in passato non esistevano piattaforme come Netflix, portale che già dall’inizio ha creato un programma apposito dedicato al genere. «I documentari come modello di storytelling sono qualcosa su cui l'azienda ha sempre puntato. Ora che abbiamo lanciato il Netflix documentary program è sempre più evidente come giornalismo e storytelling si possano supportare a vicenda» dice Lisa Nishimura, vice presidente della sezione Original Documentaries and Comedies

«Cerchiamo di lavorare con i  narratori più innovativi, che alimentano forme alternative nel modo di fare film. E in più abbiamo democratizzato l’esperienza degli utenti nell’accesso ai contenuti».

amanda-knox«Tre quarti dei nostri 200 milioni di profili utente ha visto almeno un documentario lo scorso anno». Netflix sta riuscendo in un' impresa non facile ma che potrebbe dare una scossa reale al mondo dell’’informazione. Making a murderer è uscito nel dicembre 2015 e quasi immediatamente un audience globale si è ritrovata a discutere di una storia che è successa nella contea di Manitowoc nel Wisconsin. Con un articolo, mi spiace, non sarebbe successo»· continua la Nishimura.

Stesso discorso per il successo di pubblico ottenuto per  Amanda Knox, panoramica su uno degli episodi di cronaca italiana più controversi degli ultimi anni, e White Helmets, documentario sui soccorritori-eroi in Siria che si è aggiudicato un Oscar, entrambi prodotti nelle scuderie dell’azienda di Los Gatos.

Documentario? Non servono click

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Perché i contenuti della piattaforma americana potrebbero essere il punto di partenza per una nuova forma di giornalismo, più partecipativo e condiviso? In un futuro non lontano, il meccanismo di diffusione della notizia potrebbe ribaltarsi. Magari sarà lo spettatore stesso a chiedere maggiori delucidazioni su una vicenda specifica, soddisfando il desiderio di approfondimento che viene a mancare nell'informazione ufficiale attuale, votato al sensazionalismo e alla ricerca di click.

«Il giornalismo oggi ha un ciclo di vita cortissimo. Il modello click & ads in qualche modo lo impone. Noi non abbiamo pubblicità , in nessun modo, quindi non c’è una corsa al denaro e all’esagerazione della notizia». Non più informazione che diventa intrattenimento  ma intrattenimento che si fa informazione, scrittura di qualtà, analisi delle fonti.

Con un lavoro di previsione e stima dei gusti dello spettatore, che già viene attuato a nostra insaputa (se non sai di cosa sto parlando leggi qui), il documentario potrebbe diventare la nuova punta di diamante dell’informazione. E ciò che la salverà da menzogna e banalità.

 

di Irene Caltabiano

 

 

 
 
 

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