Social street: l’economia “del buon vicinato” fa guadagnare tutti

Virtuale e(‘) ludico. Le reti 2.0 ci hanno abituato a questa equazione. Facebook, Snapchat, Whatsapp dispiegano appieno le loro capacità di fare intrattenimento ma, in un certo senso, non rendono giustizia a tutta un’altra gamma di potenzialità, connesse allo scambio e alla condivisione di informazioni, risorse e competenze tra persone che abitano nella stessa strada o in strade comunque vicine. Le social street, comunità virtuali/reali in crescente espansione anche in Italia, stanno riuscendo nell’intento di valorizzare anche tale aspetto, che potremmo definire di pubblica utilità. 
Tutto è iniziato a Bologna, nel settembre 2013. «Era già un po’ di tempo che vivevo in via Fondazza, ma ancora non conoscevo nessuno. Così mi sono chiesto se nel vicinato ci fossero altre famiglie, con i cui figli far giocare i miei bambini. Allora ho stampato e affisso in giro un foglio A4 e creato un gruppo Facebook chiuso. In poco tempo siamo arrivati a 200 persone». Così il fondatore della prima social street italiana racconta com’è nata l’idea.
Come si svolge, in concreto, la “vita” di una social street? Chi ha bisogno di aiuto (ad esempio, fare un trasloco, imparare a usare il PC), posta un annuncio nel gruppo Facebook, manifestando la sua esigenza, e spiegando in che modo (ri) compenserà chi accoglierà la sua richiesta. Ci si può, inoltre, ritrovare per pulire le strade, organizzare un cineforum, o semplicemente per fare colazione insieme. Il tutto, nell’ottica di garantire un risparmio economico alla collettività, favorire la diffusione di un’economia immateriale e rafforzare le reti sociali all’interno del quartiere. Quest’ultimo aspetto è infatti diventato, negli ultimi anni, particolarmente delicato, in quanto stringere amicizie, o anche solo rapporti di buon vicinato, sembra diventato sempre più difficile, soprattutto nelle grandi metropoli, dove le persone sono continuamente di corsa. Pare quasi che tutti corrano per raggiungere un ipotetico traguardo, talvolta anche difficile da stabilire e individuare.
«Devo dire che la cosa più bella è che grazie a questo gruppo adesso sono nate vere e proprie amicizie». A parlare è Fabio Calarco, ingegnere delle telecomunicazioni e proprietario di un’agenzia di comunicazione digitale che vive da otto anni a Corso San Gottardo (Milano) e che qui ha fondato una social street. Oggi ne sono parte attiva 5.000 persone. «Ho conosciuto Martina, che poi sarebbe diventata la mia testimone di nozze, in questo contesto. È una persona eccezionale, , pensa che dopo nemmeno due mesi che la conoscevo quando ho avuto bisogno di un’auto non ha esitato a prestarmela! Milano non è poi così ‘fredda’ come alcuni pensano!».
Iniziative come questa sembrano aver riportato a galla il senso primo e più autentico di comunità. Ci si aiuta, si collabora, si offre un sostegno a chi è solo o in difficoltà senza doversi, necessariamente, aspettare qualcosa in cambio. Così, può capitare che un’abitante del quartiere segnali la presenza in zona di una nonnina che va in giro smarrita e indifesa nei confronti del tempo che passa, e i vicini si prodighino per farle compagnia, concedersi una chiacchierata e una passeggiata con lei (ri) scoprendo una Milano del passato, poco nota o per niente conosciuta. Un abbraccio, ideale e reale, che unisce giovani e meno giovani. 
Virtuale e(‘) ludico
Le reti 2.0 ci hanno abituato a questa equazione. Facebook, Snapchat, Whatsapp dispiegano appieno le loro capacità di fare intrattenimento ma, in un certo senso, non rendono giustizia a tutta un’altra gamma di potenzialità, connesse allo scambio e alla condivisione di informazioni, risorse e competenze tra persone che abitano nella stessa strada o in strade comunque vicine. Le social street, comunità virtuali/reali in crescente espansione anche in Italia, stanno riuscendo nell’intento di valorizzare anche tale aspetto, che potremmo definire di pubblica utilità. 
 
Tutto è iniziato a Bologna, nel settembre 2013. «Era già un po’ di tempo che vivevo in via Fondazza, ma ancora non conoscevo nessuno. Così mi sono chiesto se nel vicinato ci fossero altre famiglie, con i cui figli far giocare i miei bambini. Allora ho stampato e affisso in giro un foglio A4 e creato un gruppo Facebook chiuso. In poco tempo siamo arrivati a 200 persone». Così il fondatore della prima social street italiana racconta com’è nata l’idea.
 
Come si svolge, in concreto, la “vita” di una social street? Chi ha bisogno di aiuto (ad esempio, fare un trasloco, imparare a usare il PC), posta un annuncio nel gruppo Facebook, manifestando la sua esigenza, e spiegando in che modo (ri) compenserà chi accoglierà la sua richiesta. Ci si può, inoltre, ritrovare per pulire le strade, organizzare un cineforum, o semplicemente per fare colazione insieme. Il tutto, nell’ottica di garantire un risparmio economico alla collettività, favorire la diffusione di un’economia immateriale e rafforzare le reti sociali all’interno del quartiere. Quest’ultimo aspetto è infatti diventato, negli ultimi anni, particolarmente delicato, in quanto stringere amicizie, o anche solo rapporti di buon vicinato, sembra diventato sempre più difficile, soprattutto nelle grandi metropoli, dove le persone sono continuamente di corsa. Pare quasi che tutti corrano per raggiungere un ipotetico traguardo, talvolta anche difficile da stabilire e individuare.
 
«Devo dire che la cosa più bella è che grazie a questo gruppo adesso sono nate vere e proprie amicizie». A parlare è Fabio Calarco, ingegnere delle telecomunicazioni e proprietario di un’agenzia di comunicazione digitale che vive da otto anni a Corso San Gottardo (Milano) e che qui ha fondato una social street. Oggi ne sono parte attiva 5.000 persone. «Ho conosciuto Martina, che poi sarebbe diventata la mia testimone di nozze, in questo contesto. È una persona eccezionale, , pensa che dopo nemmeno due mesi che la conoscevo quando ho avuto bisogno di un’auto non ha esitato a prestarmela! Milano non è poi così ‘fredda’ come alcuni pensano!».
 
Iniziative come questa sembrano aver riportato a galla il senso primo e più autentico di comunità. Ci si aiuta, si collabora, si offre un sostegno a chi è solo o in difficoltà senza doversi, necessariamente, aspettare qualcosa in cambio. Così, può capitare che un’abitante del quartiere segnali la presenza in zona di una nonnina che va in giro smarrita e indifesa nei confronti del tempo che passa, e i vicini si prodighino per farle compagnia, concedersi una chiacchierata e una passeggiata con lei (ri) scoprendo una Milano del passato, poco nota o per niente conosciuta. Un abbraccio, ideale e reale, che unisce giovani e meno giovani. 
 
 

 
 
 
 
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