Sebastião Salgado e Instituto terra: quando la natura cura l'anima

Ventisei Paesi e scatti che ritraggono il mondo in due uniche sfumature.

salgado1«I colori dicono già tutto, con il bianco e il nero chi guarda può interpretare, ricostruire l’immagine attraverso la memoria». Se fotografare significa scrivere con la luce allora possiamo considerare Sebastião Salgado alla stregua dei grandi narratori. Come Omero e Dante, l'artista brasiliano ha descritto tramite il suo personalissimo occhio altezze e bassezze degli uomini. Loro, il sale della terra. È proprio da qui che prende il nome il documentario omonimo di Wim Wenders, un’opera a tutto tondo che mescola vita privata e professionale del fotografo e premio Oscar al Miglior documentario 2015.

Salgado ha raccontato l’avidità dei cercatori d’oro nella più grande miniera a cielo aperto del Brasile,  i genocidi del Rwanda e i suoi cadaveri accatastati. I corpi impregnati di petrolio nei pozzi del Medio Oriente , le migrazioni al limite della sopravvivenza dei tuareg. E, di fronte a tali bagni, a volte brutali, di realtà, ha perso fiducia nell umanità. Come ritrovarla? Attraverso la natura. 

Dopo anni di peregrinazioni torna da dove è partito, la fazenda della sua infanzia, da decenni proprietà dei Salgado e gestita dal padre fino alla morte. Uno spazio arido nella regione brasiliana di Minas Gerais, un tempo ricoperto da alberi e foreste. Così la moglie Leila, fedele compagna, propone un’idea che inizialmente risulta assurda: ripiantare la foresta pluviale che faceva respirare quella terra brulla, dilaniata dallo sfruttamento delle risorse minerarie.

L’Instituto terra

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Ciò che Leila e Sebastião hanno tirato su è la dimostrazione che si può rimediare all’errore umano. La coppia, con i soldi guadagnati dai reportage in giro per il mondo, compra un milione di piantine di Mata Atlantica, la tipica vegetazione della foresta pluviale. Nel 1990, comincia a crescere gli arbusti in serra per poi interrarli successivamente nel loro ambiente naturale. Sono bastati dieci anni per far tornare il luogo, 17.000 ettari vicino alla valle del Fiume Doce, rigoglioso come un tempo. Un paesaggio paradisiaco che il governo del Brasile ha eletto a parco protetto.

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Insieme alle piante infatti hanno cominciato a tornare gli animali, addirittura quelli a rischio estinzione come i giaguari. Instituto Terra è stata poi ufficializzata come associazione no profit, con numerose iniziative all’attivo. Un progetto che ha fatto rivivere l’animo malato (come lui stesso l’ha definito dopo aver visto tante crudeltà) del fotografo, spingendolo a realizzare il progetto successivo: Genesis, un viaggio tra i luoghi più incontaminati del Pianeta.

Qualche anno fa, durante un’intervista, hanno domandato a Salgado:

«Per lei che ha sempre fotografato gli uomini e la loro sofferenza, è stato difficile fotografare la natura?»

«No, perché alla fine sono la stessa cosa».

 

di Irene Caltabiano

 

 

 

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