Scartata come bidella, fa impazzire gli USA con i suoi studi sulla schizofrenia

Nessuno è profeta in patria

Sabina_BerettaMigliaia di giovani italiani, ogni giorno, provano sulla loro pelle la realtà di questa affermazione, e così decidono di abbandonare il Paese cercando miglior fortuna là dove merito e finanziamenti si incontrano. States in primis, ma anche Canada e regione scandinava. Purtroppo, non tutti riescono a creare il giusto mix tra talento, tenacia e occasione buona, così, a distanza di anni e con una certa frustrazione, qualcuno torna sui propri passi, o comunque ripiega su professioni lontane dai propri desideri. La storia di Sabina Beretta è una di quelle che ci ricorda quanto sia importante coltivare con testardaggine le proprie capacità, se si vuole avere l’opportunità di metterle a frutto.

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Un cervello “in fuga”…per studiarne altri

Sabina_Beretta Sabina Beretta è una neurologa 56enne originaria di Catania. Dopo la laurea partecipò al concorso per l’assunzione di un bidello nell’ateneo etneo, non vinse, e paradossalmente fu quella la sua fortuna. Infatti, alla soglia dei 30 anni,ottenne una borsa di studio per specializzarsi al Mit di Boston. A conquistare gli esaminatori furono le sue ricerche sulla schizofrenia. Si fece apprezzare da colleghi e superiori sul campo, e oggi è a capo dell’Harvard Brain Tissue Resource Center del McLean Hospital della cittadina statunitense, la più grande banca dati dei cervelli. In pratica, il luogo dove neuroni e sinapsi sono protagonisti assoluti, in quanto vengono catalogati e sezionati per poi essere inviati, sotto forma di campioni da studiare, nei laboratori di ricerca di tutto il mondo.

Tutto iniziò con un “cambio di percorso”

L’incontro professionalmente decisivo, per Sabina Beretta, avvenne all’Isef, dove studiava. Fu quello con il relatore della tesi, che insegnava fisiologia, era docente di medicina e stava effettuando degli studi sul cervelletto. Così, la donna si iscrisse alla facoltà di medicina a Catania, dove si laureò con lode in neurologia. Seguì il periodo da ricercatrice a titolo gratuito, e quindi la partecipazione al concorso per un posto da bidello.

 

“Sentii che non avevo opportunità di crescita in Italia, e allora sono andata via”

Sabina Beretta aveva accumulato una certa esperienza studiando gli effetti della schizofrenia sul cervello, quindi era la candidata ideale per lavorare al centro situato ad Harvard. Dapprima collaborò con la direttrice del centro, poi diventò ricercatrice indipendente, avendo a disposizione un budget e uno staff autonomo. Infine quando il posto più importante è rimasto vacante, offrirglielo è stata la scelta più naturale e immediata.

Oggi la donna coordina uno staff di 17 persone.

La verità raccontata dai numeri

Sabina_BerettaA fotografare la situazione della ricerca, in Italia e negli Usa, sono le cifre. Nel 2014, secondo uno studio condotto da Eurostat, nel nostro Paese si sono spesi nel settore circa 200 milioni di euro in meno rispetto al 2013. Il settore che ha sofferto di più, complessivamente, è stato quello universitario. Infatti, l’ammontare che lo riguarda è passato da quasi 6 miliardi di euro a circa 5,6 (– 6%), a fronte di un valore stabile per quanto riguarda il pubblico (3 miliardi di euro) e del raddoppiamento in circa 18 anni del “peso” del privato.

Di contro, nello stesso anno, gli Stati Uniti hanno investito il 2,77% del Pil in ricerca, toccando 514 miliardi di dollari, equivalenti al 3,4% in più rispetto al 2015. Il contributo del pubblico, soprattutto per quanto riguarda il governo federale, è stato cospicuo: nel 2016 infatti si è rilevata una crescita dell’1,5%.

Siamo destinati a una generazione di Sabina Beretta?

Francesca Garrisi

 
 

 

 

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