Sapevate che in Giappone esiste ancora la pena di morte?

Jia ha ucciso.

 

Ha ucciso per amore e per vendetta. Ha ucciso perchè a volte sembra l'unica soluzione per far sentire la propria voce. Jia aveva un pezzo di terra che interessava ai poteri forti, un appezzamento dove il capo del villaggio voleva costruire un appartamento. Ma Jia in quella casa doveva sposarsi, viverci insieme alla moglie e chissà, a una futura famiglia. Tutto ciò non importava al prepotente di turno. Sotto consenso della famiglia, distrugge la casa e si prende ciò che vuole. Jia non può nulla a livello legale. Così perde la testa e si appella all'unica soluzione che il suo animo conosce in quel momento: distrugge la vita di chi ha distrutto la sua. Ma ogni azione ha un prezzo e perciò anche Jia viene presto condannato al destino del suo nemico.

 

Sembra il tema di una tragedia greca, invece è l'ultimo caso mediatico di pena di morte a Pechino. Jia Jinglong è stato giustiziato una settimana fa, aggiungendosi alle 2400 persone che hanno subito la stessa sorte. I giuristi giapponesi sono insorti, ma non contro la pena di morte in sè stessa; l'esecuzione violava gli standard del paese di usare la punizione con cautela. Troppe morti per impiccagione negli ultimi anni, bisogna lasciare al popolo il tempo di distrarsi.

 
Le esecuzioni? In segreto e sotto tortura

 

Il caso aveva scatenato gli attivisti di tutto il mondo ma non è servito a nulla. Il ragazzo è stato giustiziato l'11  novembre alle 10 del mattino, con la concessione di incontrare prima i familiari. La cosa più assurda è che ciò avviene nel migliore dei casi. Gran parte delle esecuzioni infatti, rimangono segrete e i parenti delle vittime vengono informati solo successivamente.

 

Nel braccio della morte, come se non bastasse, i detenuti sono spinti letteralmente a desiderare il loro ultimo respiro. Le torture prevedono la luce accesa 24 ore su 24, stare in piedi tutto il giorno potendosi coricare solo la notte, vivere in una cella di cinque metri quadrati, senza parlare con nessuno. Perchè infliggere ulteriore dolore se già è stata decisa la data della  dipartita?

 

Il caso Hakamada

 

Un passo avanti positivo è stato fatto grazie a un' altra vicenda, che ha smosso nuovamente l'opinione pubblica, portata sotto i rifletto anche dal regista Kim Sung Woong, che ne ha prodotto un documentario. Freedom Moon è la storia di Iwao Hakamada, ex pugile, che attende di essere condannato dal 1968 per il presunto omicidio del datore di lavoro e dei familiari.

Dopo lunghe e attente analisi,è risultato che la polizia avrebbe estorto la confessionedi colpevolezza con l'inganno. Ecco cosa ha detto  Hakamada:

 

«Non potevo far altro che accovacciarmi sul pavimento cercando di non defecare […] Durante quei momenti qualcuno ha messo il mio pollice su un tampone di inchiostro, lo ha premuto sotto una confessione scritta e mi ha ordinato: ‘scrivi qui il tuo nome’ mentre mi inveiva contro, mi prendeva a calci e mi stritolava il braccio»

Hakamada Iwao, dopo questo episodio, si è sempre proclamato innocente. Il 14 marzo del 2012 arriva la svolta. Viene rinvenuta una maglietta con tracce di sangue fino a quel momento non rintracciata sulla scena del delitto, che dà a Iwao nuove possibilità di essere scagionato. Il processo è ancora aperto, ma è stata l'occasione per rimettere in discussione tutto il sistema penitenziario giapponese.

In Giappone qualcosa si muove

Giappone e Stati Uniti sono gli unici paesi facenti parte dell'OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che mantengono come punizione la pena capitale. Con l'elezione di Donald Trump si teme addirittura una retrocessione del processo di abolizione. La Federazione degli avvocati giapponesi contrari alla pena di morte ne auspica la cancellazione entro il 2020, anno delle Olimpiadi, dal momento che è stato dimostrato che le esecuzioni non rappresentano un deterrente alla diminuizione di crimini. La posizione negativa, anche se ha visto ridursi il numero dei singoli, è abbracciata da sempre più partiti.

A esser messo in evidenza non solo il fatto che in Giappone il 99% dei processi penali si conclude con una condanna, molto spesso dettata dalla confessione che (come nel caso di Idawao) potrebbe essere estorta sotto tortura, ma riguarda anche i metodi inumani con cui vengono trattati i detenuti. L'alternativa è l'ergastolo, che richiederebbe comunque ulteriori modifiche legislative.

 

di Irene Caltabiano

 

 

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