Qual è la vera sfiga? Mangiar soli, o incollarsi al cellulare anche quando si è in compagnia?

Comunico quindi sono 

“Grazie” ai social essere perennemente connessi e informati su ciò che fanno gli amici è diventato un imperativo categorico.

Pensateci. I locali sono popolati da persone che preferiscono interagire con il proprio cellulare, anziché raccontare al fidanzato o agli amici seduti a pochi centimetri com’è andata la giornata. È capitato anche a me, però, dopo averci riflettuto, ho capito che, quando ero davvero interessata all’interlocutore, mi è sembrata una scortesia persino poggiare lo smartphone sul tavolo. I social ci spingono sempre più a “mentalizzare” l’interazione, facendo perdere per strada pezzi fondamentali della comunicazione. Vale a dire, tutto quello che ha a che fare con la fisicità e con il guardarsi negli occhi.

Stare da soli NON è una malattia

Mangiare-da-soliChe sia proprio questa smania (falsata) di contatto, questa sbornia che è al tempo stesso esibizionistica e voyeuristica, a creare un alone di pietà e commiserazione intorno a chi va a mangiare fuori anche quando è “spaiato”? Probabilmente questo approccio, a tratti inquisitore, a tratti discriminatorio, è influenzato dalla cultura retrostante.

Per mia fortuna anche durante viaggi solitari al sud Italia nessuno mi ha mai trattata con sufficienza, fastidio o sbrigatività, quando andavo a mangiare la pizza o fare colazione. Tuttavia ho sentito amici raccontare che, in situazioni analoghe e nel “profondo nord”, hanno subito un pressing davvero antipatico, finchè non hanno liberato il tavolo per far spazio a persone “accompagnate”.

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…e in nord Europa lo sanno

Mangiare-da-soliFuori dai confini nazionali l’atteggiamento nei confronti di chi decide di ritagliarsi un momento tutto suo in un luogo pubblico è assai diverso. In Germania, ad esempio, ho sperimentato spesso il divertimento misto a imbarazzo determinato dallo stare seduta su una lunga tavolata circondata da estranei. Una città come Colonia mi ha regalato ricordi impagabili in tal senso, perché, complice la naturale goliardia locale, si sono innescate conversazioni buffe e ricche di stimoli al tempo stesso.

Andare a mangiare da soli in un locale può scaturire dal bisogno di coccolarsi un po’: magari abbiamo raggiunto un traguardo importante, vogliamo festeggiare, ma non c’è nessuno con cui condividere la bella notizia. D’altro canto può essere una scelta obbligata, quando andiamo di fretta perché abbiamo un appuntamento a cavallo con l’ora di pranzo, e quindi lo spirito non è necessariamente dei più allegri. In entrambi i casi dovremmo sfruttare l’occasione per concentrarci sui nostri bisogni e riscoprire lo stupore con cui da bambini guardavamo la realtà circostante.

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Mangiare-da-soliAndare a mangiare da soli sollecita quasi automaticamente la propensione verso l’altro, e forse è proprio questo a rendere divertenti le conversazioni con perfetti sconosciuti. Sono occasioni che ci permettono di esplorare argomenti fuori dalla nostra quotidianità, confrontandoci con umanità che magari non sceglieremmo come amici, ma le cui esperienze possono rivelarsi istruttive.

Non è un caso, perciò, che nei Paesi del Nord Europa stia diventando una vera e propria tendenza quella di allestire lunghi tavoli nei locali, così da favorire la socializzazione estemporanea e la chiacchierata “random”. Fortunatamente anche in Italia comincia a succedere qualcosa del genere.

Perciò, la prossima volta che qualcuno tenterà di farvi sentire degli alieni perché coltivate con tenacia il sottile piacere di andare a mangiare da soli, sfoderate il vostro miglior sorriso, e compatitelo. La sua grettezza mentale gli impedisce di immaginare quello che si perde. Dulcis in fundo, rispondete, con gentile sarcasmo, qualcosa tipo: “potrebbe andar peggio, se lo smartphone fosse un’estensione del mio corpo”.

 
francesca garrisi
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