Non è un Paese per divorzi

"Il matrimonio è la causa principale del divorzio", diceva Groucho Marx. 

 

Nell’era del crowdfunding, persino lasciarsi diventa social. Se sposarsi costa una fortuna, pagare l’addio definitivo al proprio partner ancora di più. Perciò persino la rete può farsi solidale nei confronti di chi ha scelto, a malincuore o meno, la strada del divorzio.

La piattaforma americana PlumFund, idea di due avvocati americani, apre le porte al finanziamento degli eventi, dal baby shower al funerale.  In home page, un’area apposita di divorce registry, con ben 269 richieste di aiuto.

Come funziona?
 
Chi ha scelto di mettere un punto alla relazione sciorina pubblicamente gli anni di scarpe sul divano, di cattiva cucina o di litigi isterici. Infine, chiede umilmente attenzione agli sconosciuti per racimolare la somma che lo/ la renderà nuovamente un uomo/ una donna libera.
 

Le richieste di finanziamento non riguardano solo le spese legali. C’è anche chi, con quei soldi, vuole pagarsi l’appartamento dove si ritirerà lontano dalla vita matrimoniale.

Giusto o sbagliato?
 

L’idea non è del tutto condannabile. Ad esempio in Italia, l’ago della bilancia pende ancora molto a favore delle madri,  lasciando i padri in gravi difficoltà economiche, impossibilitati a ricostruirsi una vita.

Tuttavia, chi si prenderebbe la responsabilità morale di pagare un divorzio? Forse solo chi l’ha già affrontato. E sta ancora racimolando denaro per sè. 

 

di IRENE CALTABIANO

 

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