La vera trasgressione al tempo dei social è la solidarietà

Altruismo è una di quelle parole che raramente si leggono o si sentono utilizzare 

SolidrietàAl punto da rischiare di dimenticare persino come si pronuncia. E il cerchio, come si suol dire, si chiude, se pensiamo che, al contrario, il termine selfie condisce ormai la stragrande maggioranza delle nostre conversazioni, online e dal vivo.

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Sentirsi fuori posto

La sensazione di chi, come me, si sente sempre un po’ fuori posto, a vivere tempi frenetici, è che il modus largamente diffuso sia quello egoriferito. Ciascuno mette al centro del proprio universo sé stesso, quasi fosse una sorta di sole. Gli altri sono satelliti finalizzati unicamente ad alimentarne il narcisismo assicurando un flusso costante di attenzioni, complimenti e rassicurazioni.

Empatia e generosità sono bandite dal vocabolario perché per loro non c’è spazio, nella quotidianità. Eppure c’è qualcuno che continua, testardamente, a coltivarle, nel proprio microcosmo esistenziale. 

Vivere ai margini della società

A volte si tratta delle persone da cui meno te lo aspetteresti, gli insospettabili, quelli che devono costantemente combattere per la sopravvivenza, e/o quanti sono ai margini della società.

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Colletta_AlimentareSabato 25 novembre scorso è stata la giornata dedicata alla 21esima Colletta Alimentare, iniziativa promossa dal Banco Alimentare. 

La campagna, che quest’anno ha coinvolto circa 15mila supermercati in tutta Italia, è animata da quanti, spontaneamente, dopo aver fatto la spesa, consegnano ai volontari un sacchetto con alimenti (pasta, tonno, conserve) da donare ai bisognosi. 

In Italia le persone che vivono in una condizione di indigenza sono 4 milioni.

A colpirmi, in quest’occasione, è stato rilevare che alla Colletta Alimentare hanno partecipato anche quanti, a loro volta, hanno bisogno di un sostegno materiale o psicologico. L’ho constatato direttamente e indirettamente.

In un articolo molto toccante il sito Sicilianpost ha raccontato questa iniziativa attraverso l’esperienza di alcuni partecipanti “speciali”, ovvero disoccupati e detenuti. 

Per quanto possa apparire paradossale, soprattutto in una stagione come quella odierna dominata dal fast food esistenziale, chi sperimenta in prima persona una oggettiva condizione di ristrettezza, è maggiormente predisposto a condividere il proprio tempo e le proprie risorse. Anche dalle avversità può nascere qualcosa di pulito e autentico, se queste aiutano a mettersi – letteralmente – nei panni degli altri. 

Specularmente, mi ha quasi scioccata scoprire un trend promosso da alcuni di quelli che amano definirsi viaggiatori, rimarcando la distanza abissale che li separerebbe dai turisti.

Il viaggio a zero costo

L’ultima frontiera da scavalcare, per l’hippy on the road in cerca di novità e adrenalina, è il viaggio a costo zero. Bandire radicalmente il denaro e qualunque transazione economica significa, praticamente, affidarsi in toto al gratuito aiuto altrui offrendo come generica contropartita doni “non materiali”. 

Qualcuno lo ha definito, senza troppi giri di parole, un modo per scroccare vitto e alloggio in giro per il mondo e, per quanto l’espressione possa apparire brutale, centra un punto.

Non è un caso che il viaggio “a costo zero” sia una modalità che non può essere adottata ovunque. Difficile pensare di potersi muovere così attraverso gli Stati Uniti o l’Europa; concetti come dono e gratuità appartengono ad altri contesti socio-culturali, quali quello asiatico. Gli stessi, però, che sono caratterizzati da povertà.

Inevitabile si pone quindi una questione etica. 

Quale scopo ha sfidare sé stessi per dimostrare agli altri di essere capaci di viaggiare riducendo all’osso fino ad azzerare le spese? Come fare a non avvertire la sensazione di approfittare della generosità di persone che non hanno praticamente quasi nulla?

Ancora una volta, trionfa la masturbazione dell’ego, l’autocompiacimento fondato sul fatto che l’Altro viene considerato un mezzo e non un fine. E tutto questo è benzina preziosa nel motore dei social.

SolidarietàUn regalo che potremmo farci per il prossimo Natale 

Sarebbe quello di chiudere almeno per qualche ora Facebook, Whatsapp & Co. e fare una chiacchierata faccia a faccia con qualcuno che vive districandosi tra difficoltà concrete e quotidiane. 

Il passo successivo potrebbe essere impegnarci ad aiutarli con un gesto concreto, che ci obblighi a rinunciare a qualcosa, a dare via almeno un pezzetto del nostro, egoistico, orticello. 

Riprendere contatto con i problemi del reale sarà quasi certamente doloroso, all’inizio, ma il bagno di umiltà che ne seguirà, in ogni caso, darà vita a una nuova versione di noi. Quasi certamente migliore. 

 
 
 
 

 

 

 
 

 

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