Il tassista oltranzista

I ventimila moschettieri.

Bene, bene, bene, ci risiamo.
Ogniqualvolta gli organi preposti a legiferare approvano un emendamento che agevola le offerte alternative al tradizionale servizio taxi, si scatena il pandemonio.
Stavolta è stata la senatrice del PD Linda Lanzillotta ad avere l’ardire di sfidare una delle lobby più potenti del Belpaese. Risultato? Una settimana di scioperi selvaggi, ricatti e disordini nelle principali città, da Nord a Sud.

In realtà si tratta di una semplice sospensione fino al 31 dicembre 2017 di alcune norme restrittive sul noleggio con conducente (alias Ncc) in attesa che sia varato il nuovo piano del trasporto atteso dal lontano 2009. Dacché è bastato così poco per dar luogo a una reazione tanto veemente, viene da chiedersi cosa accadrà nel momento in cui sarà affrontata la questione UberPop.

Quest’ultimo è il controverso servizio già attivo in diversi paesi dell’Unione Europea che permette a chiunque di improvvisarsi tassista per un giornoIn Italia, manco a dirlo, la possibilità di richiedere un passaggio a tariffe più che vantaggiose con un semplice tocco sul proprio smartphone è sospesa dal 2015, poiché i signorotti con le auto bianche non gradiscono neppure quella forma di concorrenza. 

Uno per tutti e tutti per uno (sono circa in ventimila), continuano ad aggrapparsi alla Legge Quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea emanata nel 1992. Ossia venticinque anni fa, quando smartphone e app erano concetti talmente avveniristici che neppure il mondo di Hollywood aveva osato servirsene nelle sceneggiature dei film di fantascienza.

Si consiglia di aggiornare il sistema operativo.

Qualche eminente psicologo o sociologo dovrebbe spiegare all’intera categoria dei tassisti, in primis ai suoi rappresentanti sindacali, che il mondo nel frattempo si è evoluto e i cittadini italiani non possono rimanere al palo per via dei loro capricci. A maggior ragione se consideriamo che il nostro è il paese europeo con le tariffe più alte e il rapporto più basso tra numero di utenti e numero di taxi.

Quante altre categorie, allora, dovrebbero scendere in piazza e bloccare tutto per via dello sviluppo delle tecnologie web? Pensiamo per un attimo ai fotografi e alle loro camere oscure che devono vedersela con un certo Instagram. E che dire del dualismo tra albergatori e Airbnbnegozianti e colossi come eBay e Amazon o discografici e YouTube?


Anche questi professionisti avrebbero ottimi motivi per mettere le città a soqquadro, invece anziché incrociare le braccia si sono rimboccati le maniche, rinnovandosi e cercando di competere. In che modo? Entrando anch’essi nel mercato digitale e abbassando i prezzi, ad esempio, come generalmente avviene in un sistema di concorrenza perfetta.

I tassisti invece no, loro si sentono speciali, oltre ad arrogarsi il diritto di essere indispensabili. Vanno controcorrente come i salmoni e le tariffe non le abbassano, anzi le alzano. Gli parli di car sharing e Uber? Nessun problema, non ti ascoltano, e se insisti t’insultano e ti aggrediscono. Non solo, fanno i duri anche con quei sindaci che intendono emettere nuove licenze per consentire ad altre persone di guadagnarsi da vivere. Questi ultimi, ai loro occhi, non sono concittadini aventi pari diritti: sono un nemico da eliminare, punto.

Il tassista è “contro”, a prescindere. Nessun altro può mangiare alla sua mensa, altrimenti va in defibrillazione e parcheggia il taxi in mezzo alla strada, incurante dei problemi che crea e dei pericoli cui espone il prossimo (come fa un’ambulanza a raggiungere una persona che necessita di cure mediche, se ha la sfortuna di trovarsi invischiata in quel marasma?).
Il suo motto è: “Lo Stato non deve togliermi il pane dalla bocca, perché io mi sono indebitato per acquistare la licenza e ho una famiglia da mantenere”. Benissimo, ma i suddetti fotografi, albergatori, negozianti e compagnia cantante non hanno forse dovuto accendere mutui per aprire le rispettive attività? Non hanno famiglia anche loro?

I conti non tornano.

I tassisti dichiarano di guadagnare meno di un metalmeccanico (poco più di mille euro al mese, per dirla tutta).
Ci si chiede come mai, allora, decidano di investire oltre duecentomila euro per l’acquisto della licenza, oltre a quello della vettura, se i guadagni sono così magri. Evidentemente le cifre dichiarate non corrispondono a verità, il che trova conforto nell’analisi delle tariffe che applicano.

Una corsa dal centro di Roma all’aeroporto di Fiumicino, ad esempio, costa quarantotto euro. Tra andata e ritorno, quindi, il viaggiatore sa già in partenza che dovrà sborsare novantasei monete del nuovo conio. Un round-trip Roma-Parigi con una compagnia low cost costa in genere dieci euro di meno. Suona alquanto paradossale che il servizio taxi costi più del trasporto aereo e considerando il numero di corse effettuate da una singola vettura in un turno di lavoro, per una media di venti giorni al mese, la paga dichiarata risulta decisamente ritoccata al ribasso, al netto delle spese.

E il volo, pensa un po’, può essere comodamente prenotato con lo smartphone.
Per cui attenzione, perché uno di questi giorni anche i piloti di linea potrebbero perdere le staffe e parcheggiare gli Airbus a piazza Venezia, in segno di protesta.

 

di Giovanni Antonucci

autore del romanzo "Veronica Fuori Tempo"

 

 

 
 
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