Il massimo dell’efficienza è una spremuta di uomo. Amazon docet

Vi siete mai chiesti cosa nasconde il semplice click che vi permette di ordinare un prodotto online e vederlo recapitare comodamente a casa nel giro di pochi giorni? Quello che c’è dietro è Amazon, colosso delle vendite che macina successo con una rapidità incredibile. L’apprezzamento dei clienti sembra non arrestarsi mai. Eppure, a rendere possibile un’efficienza a dir poco estrema è il sistema di organizzazione del lavoro tutt’altro che roseo.

 

All’uscita dello stabilimento Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza), che si estende per circa 90mila metri quadri, si possono raccogliere testimonianze (anonime) estremamente illuminanti, nella loro crudezza. «Grazie a dispositivi geolocalizzabili controllano costantemente dove sei e cosa fai. Ma soprattutto, se ci metti più tempo previsto a svolgere un qualche compito, il dispositivo comincia a suonare». «I primi giorni ero inevitabilmente un po’ lento, e quindi mi hanno ripreso quasi subito. Mi son dovuto abituare ad andare molto veloce, come una macchina. A fine turno spesso non mi sento più le gambe». «Oggi ho lavorato 148 pacchi in un’ora. Correvo come un pazzo».

«Il clima era di puro terrore, addirittura non vedevano di buon occhio il fatto che andassimo in bagno»

 A parlare è Simone, che lavorava per il servizio Amazon Prime, la “corsia preferenziale” che consente addirittura di ricevere il pacco in una manciata di ore. L’uomo, comprensibilmente, a un certo punto non ce l’ha fatta più ed è dovuto uscire dal sistema.

Velocità, frugalità, ricerca della perfezione. Sono questi i pilastri ispiratori di Amazon. Ma a che prezzo viene pagata l’eccellenza, la soddisfazione massima delle aspettative del cliente? In realtà, il dubbio, legittimo, è che detto obiettivo sia in realtà solo la maschera di ben altri traguardi che, evidentemente, sono in cima alla lista di pensieri del colosso. Massimizzazione del profitto e omogeneizzazione del fattore umano a quello macchina. Sì, perché, colpevolizzare - in modo più o meno subdolo - il dipendente in quanto non garantisce i medesimi standard di un automa in termini di previsione del risultato adombra il desiderio/tendenza di arrivare ad espellere, prima o poi, del tutto il fattore umano dal circuito produttivo.

Non stupisce, quindi, che nel corso degli anni, si siano moltiplicate le testimonianze di “infiltrati” e le storie di lavoratori pubblicate da testate con risonanza internazionale. Nel 2013, ad esempio, il francese Jean Baptiste Malet ha raccontato la sua esperienza all’interno di Amazon nel libro En Amazonie. «Lavoravo unicamente di notte. Per la precisione, il mio turno era quello che copriva la fascia oraria tra le 21,30 e le 4,50. L’agenzia interinale aveva calcolato che camminavo più di 20 km a turno». Così scriveva il giornalista.

«La specificità di Amazon è la sua organizzazione interna - spietata con l’essere umano -, che si basa sulla sua infrastruttura informatica (terminali wi-fi sparsi un po’ ovunque, telecamere di sorveglianza), sul controllo totale della persona e della produttività. La specificità di Amazon è che la sua infrastruttura informatica, estremamente complessa, ha come obiettivo di spremere al massimo la macchina che esegue le azioni le più difficili: l’essere umano». Un quadro impietoso nella sua essenzialità, quello tracciato da Jean Baptiste Malet.

Successivamente è stato il New York Times a fare il punto della situazione, aggiungendo altri elementi inquietanti al quadro

I dipendenti, sollecitati a essere “radicalmente” diretti nel valutare i risultati conseguiti dai colleghi, vengono messi in una tale condizione di sudditanza psicologica, che accettano di non avere un orario di lavoro fisso e addirittura di arrivare a coprire turni per un totale di 80 ore settimanali. «Ero così presa dall'idea di avere successo. Per quelli che lavoravano lì era come una droga. Una volta non ho dormito per quattro giorni consecutivi e ho continuato a fare il mio dovere». Questa la testimonianza resa al giornale da Dina Vaccari, dipendente nel 2008.

«Ho subito un aborto, è stato uno degli eventi più devastanti della mia vita. Ma mi hanno messa nel programma per migliorare le prestazioni per assicurarsi che la mia attenzione continuasse ad essere focalizzata sul lavoro». Così un’altra impiegata.

«Credo fermamente che chi lavora in una società che è davvero come quella descritta dal New York Times sarebbe pazzo a rimanere. Io la lascerei». Con queste parole ha provato a metterci una pezza il fondatore di Amazon, Jeff Bezos. Ovviamente, senza ottenere grandi risultati. 

 
 

 

 

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