Haki Doku: una nuova vita (all’insegna dei guinness) grazie alla tenacia…e a una sedia a rotelle

Il modo in cui percepiamo noi stessi influenza profondamente il rapporto con la realtà circostante

Haki-DokuL’immagine di noi che abbiamo può infatti essere ponte che ci avvicina agli altri, o barriera che separa e/o – illusoriamente – protegge.

Chi si dimostra in grado di rovesciare una situazione proibitiva scaturita dalla malattia, estraendone, come da un cilindro, opportunità impreviste e risorse emotive fino a quel momento inesplorate, rappresenta una calamita. Una miniera di vitalità e un modello cui ispirarsi. Un esempio che risulta autentico, vicino, e, al tempo stesso, realisticamente applicabile.

La storia di Haki Doku dimostra che passione e costanza sono gocce cinesi in grado di sgretolare anche i più pervicaci pregiudizi sulla disabilità. Specularmente, l’uomo è la prova lampante che talvolta l’ostacolo più grande tra noi e la felicità sono gli alibi a cui ci aggrappiamo per non metterci in gioco e rompere lo schema falsante confortevole delle abitudini.

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Haki-Doku

Nel 1997 Haki Doku, 50enne albanese trapiantato in Italia, ha dovuto fare i conti con la paraplegia (paralisi degli arti inferiori). Lo sport è stato il grimaldello che gli ha permesso di scardinare gli stereotipi sulla disabilità, e dare senso ai cambiamenti che questa ha provocato. Non solo ha preso parte a svariate maratone accanto a normodotati, ma ha anche conseguito il Guinness relativo alle gare lungo le scale dei grattacieli. A Wolfsburg (Germania) ha infatti percorso 2688 gradini in un’ora, scendendo per venti volte otto piani.

Haki Doku ha spiegato con potere di sintesi disarmante la nuova stagione della sua vita. La corsa, racconta, lo ha aiutato a conoscere sé stesso, le proprie passioni e risorse, e svincolarsi dall’etichetta di disabile. Le scale lo hanno invece “sfidato” a sviluppare coraggio e tenacia: nessuna caduta è definitiva, finché si è motivati a riprovarci.

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Il potere dell’immedesimazione

Haki-DokuNel 1998 Haki Doku trascorre un periodo presso il centro riabilitativo di Costa Masnaga (Lecco), e questa esperienza gli fornisce i primi, rudimentali ma essenziali, strumenti per rendersi autonomo. Impara infatti a scendere e salire i gradini, azione solo apparentemente banale, considerando quanto possa essere proibitivo, per un disabile, avere a che fare con un ascensore guasto.

A distanza di tempo, dopo aver letto un articolo sull’atleta paralimpica Francesca Porcellato, l’uomo decide di correre la mezza maratona Stramilano insieme a normodotati. Così, utilizza la sua carrozzina non omologata e rifiuta di indossare i guanti per spingere le ruote. L’obiettivo di Haki è fare esperienza anche fisicamente della gara, far “assaggiare” al corpo la fatica, così come gli atleti accanto a lui.

Seguono dieci maratone all’estero e il Guinness World Record all’Arena Civica di Milano, percorrendo circa 120 km in 12 ore. Un evento, questo, realizzato dal Camperio Business Center, presso cui Haki Doku lavora dal 1999. Nel 2012, a Londra, è il primo atleta paralimpico a rappresentare l’Albania.

L’appetito vien mangiando, e due anni fa comincia a interessarsi al Tower Running, specialità in cui l’obiettivo è salire il più velocemente possibile le scale degli edifici più alti. Cimentarsi con essa non è stato facile, soprattutto inizialmente, in quanto è necessario destreggiarsi tra la forza di gravità che spinge verso il basso, la velocità, e l’equilibrio da mantenere su due delle quattro ruote.

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La felicità, per Haki, è un campo da curare quotidianamente. Il 50enne si allena infatti ogni sera: cinque chilometri di riscaldamento sotto casa, e quindi i 17 piani del palazzo dove vive, da percorrere per circa 10 volte. Moglie, figli e colleghi, compatti al suo fianco, sono i suoi primi fan.

Il prossimo obiettivo? “Conquistare” il Burj Khalifa (Emirati Arabi), la torre più alta al mondo, percorrendo 160 piani in un’ora.

Malattia e disabilità possono fagocitare, se si permette loro di colonizzare i pensieri e monopolizzare le energie. Sforzarsi di coltivare ciò che si ama nonostante le oggettive, materiali, difficoltà è l’unico modo per sottrarsi al perverso meccanismo dell’(auto) commiserazione.

 
francesca garrisi
 
 

 

 

 

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