Chi sono Google Facebook e Twitter per decidere cosa è legale?

Facebook che censura foto storiche  perchè si vedono bambini nudi.

 

Google che non elimina link diffamatori. E infine Twitter che promuove post razzisti. Sembra di trovarsi ad una puntata de La sai l'ultima. Una cosa è certa, c'è poco da annoiarsi con social network e motori di ricerca; di casi legali che riguardano i colossi della tecnologia ne sentiamo ogni giorno. Ma possono i social arrogarsi il diritto di cancellare e neutralizzare affermazioni che, in altri casi, sarebbero veri e propri reati? O, al contrario, bloccare in maniera ingiustificata profili che il loro algoritmo ha considerato non conformi alle loro policy?

 

Il fatto

 

Un utente posta l'articolo dal titoloL'America è stata fondata dai bianchi, con tanto di bambini biondi e sorridenti in mezzo al grano. Twitter ha autorizzato la promozione di un post del genere. O meglio, lo spider automatico di Twitter. In poco tempo hanno cominciato a fioccare le reazioni scioccate di altri utenti finchè il CEO, Jack Dorsey, non si è preso in carico il tremendo errore, scusandosi, cancellando il post e eliminando il colpevole dalla piattaforma. Una figura barbina dopo l'annuncio comune da parte dei big della Silicon sul rafforzamento delle restrizioni sui siti di bufale e il controllo sul politically correct.

 

La Silicon Valley fa il bello e il cattivo tempo

 

È molto difficile raccapezzarsi in questioni che sono al limite tra netiquette e illegalità, panni da lavare in famiglia o situazioni che avrebbero bisogno di giudici terzi. Rimane emblematico il caso Google Spain, in cui un utente chiese di eliminare alcuni contenuti diffamatori sul suo conto facendo ricorso al Garante per la protezione dei dati personali, organo amministrativo esterno e fisicamente esistente.

 

La maggior parte delle volte però succedono ingiustizie per cui numerosi utenti rimangono vittima degli umori di Mr. Zuckerberg o di Mr. Pichai, senza nemmeno troppa possibilità di replica. Risulta assurdo che questioni importanti come la chiusura di account siano affidate ad algoritmi che guardano alla singola parola senza analizzare il contesto, con poco intervento umano che distingua e tra una foto di nudo come contenuto sessualmente esplicito e una inserita, per esempio, come denuncia sulla mercificazione femminile?

 

Che fare?

 

Si dovrebbe limitare il potere delle grandi aziende tecnologiche, che sembrano ormai deus ex machina, al di sopra della legislazione stessa, ancora non sufficientemente ferrata nel campo. Magari lavondo sulla creazione di figure intermedie e più diffuse sul territorio, organi imparziali e indipendenti da qualsiasi tipo di interesse economico, grandi conoscitori sia del web che del diritto. Sennò potremmo svegliarci fra vent’anni consapevoli che la giustizia è in mano agli interessi dei big della tecnologia, in un Grande Fratello gestito dai deliri di onnipotenza di pochi privilegiati.

 

 

 

 

di Irene Caltabiano

 

 

 

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