«Berlino non è il paradiso, ma se sei sufficientemente curioso, può esserne una buona approssimazione»

Chi ci è nato lo sa

La vita in provincia può assumere le sembianze di una prigione dorata. Il contesto a dimensione d’uomo fa infatti spesso da contraltare a una staticità culturale che sconfina in chiusura, se non in bigottismo e conservatorismo. Così, i figli delle piccole cittadine vengono calamitati dalle metropoli, italiane o straniere, in quanto pervase da un’aura irresistibile, frutto di un mix tra opportunità, nuovi stimoli e ignoto.

Generalmente “l’approdo” a una dimensione più variegata e cosmopolita nasce dalla volontà di mettere alla prova passioni e (veri o presunti) talenti creativi. L’aspirante attore, quello che suona il basso e ha una buona voce … raramente il “grande salto” è legato al bisogno di una vita più stabile, all’insegna di un lavoro senza scosse o cambiamenti. Eppure, esistono storie del genere. Perlomeno, in questo modo è iniziata l’avventura tedesca di Carlo Loiudice.

Perché Berlino?

Una carriera nella recitazione andata avanti, in Italia per 15 anni. Un lavoro che procedeva senza intoppi, anzi, ma che evidentemente non lo  soddisfaceva più. Correva l’anno 2011. «Mi accorgevo di aver bisogno di suoni, profumi, atmosfere che solo una capitale può offrirti. Volevo un’occupazione normale. Avevo già fatto un’esperienza a Roma, però esclusi di tornarci. Nel 2009 ero stato a Berlino per uno spettacolo. La città mi conquistò subito, e pian piano si fece strada in me l’idea di tornarci in pianta stabile».  Così Carlo Loiudice.

Tuttavia, la decisione di lasciare Altamura (Bari) non maturò in tempi brevi. In Puglia, infatti, l’attore si era ritagliato una dimensione ormai consolidata all’interno della Compagnia del Cerchio di Gesso. Trasferirsi in Germania avrebbe significato mettere un punto a una carriera lunga undici anni…e fu proprio quello che scelse. Probabilmente all’epoca si trattò di una sorta di salto nel buio – come lui stesso ammette – ma «ci sono scelte che non sono figlie della razionalità. Nascono dall’istinto».

I primi passi nella metropoli tedesca

Arrivato a Berlino Carlo Loiudice si stabilì in un ostello, e cominciò a cercare lavoro. Dapprima era intenzionato a lasciare il teatro, ma un incontro fortuito scombinò i suoi piani. «Notai una ragazza che, da come si muoveva, sembrava la ballerina. Le chiesi se conoscesse spazi dove poter assistere a spettacoli di danza contemporanea, e lei mi parlò di un’ex fabbrica destinata a iniziative culturali e artistiche. Mandai un curriculum e, data la mia scarsa dimestichezza con le lingue, mi presero come operaio tuttofare».

Decisiva fu la scoperta di una stanzetta abbandonata, nella parte alta dell’immobile. Immediatamente l’attore pensò di allestirci un monologo in italiano: I sette cavalieri di Dino Buzzati. Lo staff apprezzò il suo spirito d’iniziativa, e gli diede un mese per preparare lo spettacolo. «Per promuoverlo distribuivo volantini davanti ai ristoranti italiani, sperando di incuriosire clienti e passanti». E ci riuscì davvero, considerando che fece tre giorni di repliche per un totale di 90 spettatori.

…e oggi?

L’incoscienza e la tenacia sono state premiate. Carlo Loiudice è rimasto a Berlino, e continua a lavorare nella recitazione. Ha realizzato alcuni progetti con l’Istituto Italiano di Cultura, ha preso parte a produzioni teatrali, televisive e radiofoniche tedesche, ed ha collaborato con la compagnia Theater Am Tisch. Altbau (casa d’epoca) è il titolo di uno degli spettacoli in cui ha recitato: il tema, certamente a lui congeniale e familiare, quello delle relazioni multiculturali.

«La propria lingua permette una gamma di colori, di espressioni molto più ampia  di una lingua straniera, nei rapporti come anche nella recitazione. Significa poi avere lo stesso background culturale, e questo vuol dire poter far riferimento a culture e subculture comuni, come canzoni, citazioni, modi di dire. Vivendo all’estero può capitare inoltre di dover parlare addirittura una lingua terza, che non è né tua né dell’interlocutore, e questo implica una semplificazione del pensiero, un ricorso a giri di parole, a parafrasi . È una sfida interessante, si impara a far pratica di silenzi, cosa a cui noi italiani siamo poco abituati; parliamo sempre e troppo, il silenzio ci fa paura».

«Perdersi non è necessariamente un problema»

A oggi, Carlo Loiudice guarda in modo positivo all’azzardo che, cinque anni fa, decise di assumere, abbandonando l’Italia e una carriera ben avviata. Anche un eventuale fallimento non lo avrebbe scoraggiato perché, spiega, «è giusto tentare di costruirsi una strada, ma bisogna comunque essere sempre aperti e ricettivi nei confronti del cambiamento. Se non si ha la sufficiente elasticità e flessibilità, si rischia di vivere in uno stato di perenne frustrazione e angoscia».

L’esperienza gli ha inoltre “regalato” una visione realistica e complessa di Berlino. «Si tratta di una città in continuo mutamento, nel bene e nel male. Qui si ha la sensazione che, impegnandosi, ci sia la possibilità di raggiungere il proprio obiettivo, almeno per un po’. E nell’eventualità vada male, si cercherà un lavoro normale. Non è il paese delle meraviglie, eppure sembra una sala giochi gigantesca, un luogo che non dorme mai. È probabile che si perda – almeno per un po’ – ma chi l’ha detto che sia un peccato? In genere serve a focalizzare i propri desideri con più chiarezza. Io ho fiducia in questo».

Insomma, un fallimento può sempre trasformarsi in una (ri) partenza. Ma, se ci si arma di passione e tenacia non necessariamente si sarà obbligati a sperimentarlo. 

 
 

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«In Italia pagavo il mio dottorato. A Berlino dirigo un gruppo di tedeschi»
 
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