All’Africa Experience i migranti si mettono ai fornelli e i veneziani impazziscono

Il lavoro nobilita l’uomo…e favorisce l’incastro e la complementarietà. Lo dimostrano, le iniziative imprenditoriali, sempre più diffuse sul territorio, che si basano su coesistenza e connubio tra il bagaglio esperienziale dei migranti e la componente italica “tradizionale”. Proprio questo è il principale fattore del successo di una serie di ristorante aperti a Venezia da qualche anno a questa parte. L’ultimo, in ordine di tempo, è l’Africa Experience di Calle Lunga San Barnaba inaugurato lo scorso 4 novembre.
Il locale, gestito da dieci soci, tra etiopi, sudanesi, nigeriani, iraniani, afgani e curdi  richiedenti asilo, segue la nascita di altri due felici progetti: l’Orient Experience 1 di Cannaregio e l’Orient Experience 2 di Campo Santa Margherita. 
I piatti da proporre sono stati individuati attraverso un concorso che ha visto partecipare, in qualità di giudici, studenti e professori dell’Istituto Alberghiero Barbarigo di Venezia. Gli ideatori delle pietanze che si sono posizionate in cima alla classifica sono stati accompagnati in sala da alcuni soci fondatori. 
«Si tratta di una sfida che ci coinvolge tutti. Il nostro auspicio è che chi verrà qui avrà voglia di conoscere i ragazzi africani e magari allargherà anche la sua prospettiva sulla questione dei migranti». A parlare è Samah, 31 anni, una delle socie, veneziana di origini egiziane. «Il fatto è che, quando gli stranieri arrivano in Italia, subiscono una sorta di attacco a prescindere. Se si rimboccano le maniche il problema è che rubano il lavoro agli italiani, se non fanno nulla invece vengono definiti parassiti. Speriamo che, davanti ai piatti, si superino pregiudizi e stereotipi riflettendo sul fatto che ci si rapporta a delle persone».
Emblematico l’interno del locale, realizzato dall’artista francese Blandine Helary e dalla coppia iraniana Iman Ahmaznade e Neda, che è costituito da un grandissimo albero di fili di legno ondulati. La metafora di un luogo chiamato mondo grande e confortevole nella misura in cui riesce a essere ospitale per chi è in cerca di un futuro migliore. 
I piatti preparati all’Africa Experience sono stati scelti per condividere un pezzo del percorso di vita di ciascun rifugiato. Infatti non vengono seguite strettamente le ricette originarie, piuttosto si reinterpreta la tradizione attraverso ricordi del viaggio verso l’Italia, suggestioni personali … e un pizzico di fantasia. 
Uno dei soci, l’afgano Hadi Noori, vive qui da dieci anni, ma conserva immagini nitidissime del suo passato. «Quando intraprendi il viaggio sei solo, ma strada facendo incontri e conosci persone che poi magari perdi di vista di lì a poco. Dalla Turchia ho raggiunto la Grecia con un gommone, lì ho provato a lavorare ma lo sfruttamento era tanto. Poi mi sono infilato con altri ragazzi in un camion che trasportava arance, non sapevamo neanche se saremmo sopravvissuti. Ancora oggi tanti condividono questa sorte». 
A dispetto della deriva intrapresa da alcuni partiti politici, Venezia è da sempre aperta all’influenza e all’incontro con l’altro. In tempi recenti, l’abbraccio, reale più che ideale, con i migranti, è iniziato quattro anni fa, quando Hamed Ahmadi, regista e imprenditore afgano ha fondato il primo Oriente Experience. Nel 2006 era approdato in Italia per partecipare alla Mostra del Cinema  con due cortometraggi; uno di questi era stato  considerato una critica alla religione islamica, e così non era più potuto tornare nel suo Paese. Aveva quindi chiesto e ottenuto l’asilo ed era stato accolto a Tessera, nella terraferma veneziana. Qui aveva iniziato a lavorare come mediatore culturale, invitando i ragazzi a riflettere sul rapporto con il cibo che avevano instaurato durante il viaggio verso l’Italia.
«Per avvalorare il risultato della nostra ricerca culinaria, ogni domenica organizzavamo delle feste al centro d’accoglienza e invitavamo alla nostra tavola tutti i cittadini che volevano assaggiare un piatto diverso», spiega Hamed che, con una rapida notazione, dimostra di avere, sulle migrazioni, le idee molto più chiare di tanti sociologi e ancor più politici. «Il fenomeno degli ultimi anni è sempre associato alla tragedia ma chi è riuscito ad arrivare, nonostante le difficoltà, è vivo e non c’è nulla di più vitale del cibo. Mangiare e condividere parte della propria cultura è un modo per rimanere legati alle proprie radici favorendo l’integrazione».
Il lavoro nobilita l’uomo…e favorisce l’incastro e la complementarietà

Lo dimostrano, le iniziative imprenditoriali, sempre più diffuse sul territorio, che si basano su coesistenza e connubio tra il bagaglio esperienziale dei migranti e la componente italica “tradizionale”. Proprio questo è il principale fattore del successo di una serie di ristorante aperti a Venezia da qualche anno a questa parte. L’ultimo, in ordine di tempo, è l’Africa Experience di Calle Lunga San Barnaba inaugurato lo scorso 4 novembre.

Il locale, gestito da dieci soci, tra etiopi, sudanesi, nigeriani, iraniani, afgani e curdi  richiedenti asilo, segue la nascita di altri due felici progetti: l’Orient Experience 1 di Cannaregio e l’Orient Experience 2 di Campo Santa Margherita.

I piatti da proporre sono stati individuati attraverso un concorso che ha visto partecipare, in qualità di giudici, studenti e professori dell’Istituto Alberghiero Barbarigo di Venezia. Gli ideatori delle pietanze che si sono posizionate in cima alla classifica sono stati accompagnati in sala da alcuni soci fondatori.

«Si tratta di una sfida che ci coinvolge tutti. Il nostro auspicio è che chi verrà qui avrà voglia di conoscere i ragazzi africani e magari allargherà anche la sua prospettiva sulla questione dei migranti». A parlare è Samah, 31 anni, una delle socie, veneziana di origini egiziane. «Il fatto è che, quando gli stranieri arrivano in Italia, subiscono una sorta di attacco a prescindere. Se si rimboccano le maniche il problema è che rubano il lavoro agli italiani, se non fanno nulla invece vengono definiti parassiti. Speriamo che, davanti ai piatti, si superino pregiudizi e stereotipi riflettendo sul fatto che ci si rapporta a delle persone».

Emblematico l’interno del locale, realizzato dall’artista francese Blandine Helary e dalla coppia iraniana Iman Ahmaznade e Neda, che è costituito da un grandissimo albero di fili di legno ondulati. La metafora di un luogo chiamato mondo grande e confortevole nella misura in cui riesce a essere ospitale per chi è in cerca di un futuro migliore.

I piatti preparati all’Africa Experience sono stati scelti per condividere un pezzo del percorso di vita di ciascun rifugiato. Infatti non vengono seguite strettamente le ricette originarie, piuttosto si reinterpreta la tradizione attraverso ricordi del viaggio verso l’Italia, suggestioni personali … e un pizzico di fantasia.

Uno dei soci, l’afgano Hadi Noori, vive qui da dieci anni, ma conserva immagini nitidissime del suo passato. «Quando intraprendi il viaggio sei solo, ma strada facendo incontri e conosci persone che poi magari perdi di vista di lì a poco. Dalla Turchia ho raggiunto la Grecia con un gommone, lì ho provato a lavorare ma lo sfruttamento era tanto. Poi mi sono infilato con altri ragazzi in un camion che trasportava arance, non sapevamo neanche se saremmo sopravvissuti. Ancora oggi tanti condividono questa sorte».

A dispetto della deriva intrapresa da alcuni partiti politici, Venezia è da sempre aperta all’influenza e all’incontro con l’altro. In tempi recenti, l’abbraccio, reale più che ideale, con i migranti, è iniziato quattro anni fa, quando Hamed Ahmadi, regista e imprenditore afgano ha fondato il primo Orient Experience. Nel 2006 era approdato in Italia per partecipare alla Mostra del Cinema  con due cortometraggi; uno di questi era stato  considerato una critica alla religione islamica, e così non era più potuto tornare nel suo Paese. Aveva quindi chiesto e ottenuto l’asilo ed era stato accolto a Tessera, nella terraferma veneziana. Qui aveva iniziato a lavorare come mediatore culturale, invitando i ragazzi a riflettere sul rapporto con il cibo che avevano instaurato durante il viaggio verso l’Italia.

«Per avvalorare il risultato della nostra ricerca culinaria, ogni domenica organizzavamo delle feste al centro d’accoglienza e invitavamo alla nostra tavola tutti i cittadini che volevano assaggiare un piatto diverso», spiega Hamed che, con una rapida notazione, dimostra di avere, sulle migrazioni, le idee molto più chiare di tanti sociologi e ancor più politici. «Il fenomeno degli ultimi anni è sempre associato alla tragedia ma chi è riuscito ad arrivare, nonostante le difficoltà, è vivo e non c’è nulla di più vitale del cibo. Mangiare e condividere parte della propria cultura è un modo per rimanere legati alle proprie radici favorendo l’integrazione».

 
 

 

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