A tavola le differenze dialogano. One Sense, il primo ristorante "sordi-friendly” a Roma

Dividere, polarizzare, scatenare la caccia al nemico “giurato”

Valeria-Valla-OlivottiAi tempi dei social la mamma degli hater è sempre incinta. Ciò determina una macroscopica stortura: fa apparire desuete e inutili caratteristiche quali l’empatia e la capacità di integrare nella propria visione della realtà anche spunti altrui. Fortunatamente, storie come quella di Valeria Valla Olivotti, 29enne romana sorda. Contribuiscono a ricordarci che per evitare l’imbarbarimento da superficialità dobbiamo restare umani.

Nelle settimane scorse la donna ha inaugurato alla Garbatella One Sense, un ristorante frutto di accurati studi finalizzati a promuovere il confronto e lo scambio tra udenti e non.

Aggregare rimuovendo ogni tipo di barriera, in un luogo fortemente simbolico

One Sense è nato dopo tre anni di “gestazione” in cui niente è stato lasciato al caso. A partire dallo spazio scelto come sede. Il ristorante è sorto dove un tempo c’era un deposito di audiovisivi; il quartiere Garbatella è uno dei più rappresentativi della capitale, in quanto inclusivo e facilmente raggiungibile con i mezzi.

Particolare attenzione è stata dedicata al tema dell’accessibilità: via libera quindi a pedane ed ampi corridoi. In virtù della storia di Valeria Valla Olivotti One Sense è stato disegnato su misura dei sordi, favorendo al tempo stesso l’ingresso nel loro “mondo” di chi ci sente e vuole provare a mettersi nei panni altrui. A tale scopo, sugli scaffali sopra i tavoli sono a disposizione libri come “Una mamma normale” e “il silenzio è stato il mio miglior compagno di giochi”.

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Il personale di sala è composto d persone udenti e non, e tutti parlano la lingua dei segni. Le portate presenti nel menu sono contraddistinte da numeri, per facilitare la comunicazione tramite labiale, ed il bancone del bar è munito di campanelli, così da richiamare l’attenzione dei camerieri sordi.

Valeria-Valla-OlivottiLo chef Fabio Campoli utilizza prodotti provenienti da aziende solidali che operano nel biologico. Tra i piatti forti del menu, le mezze maniche all’amatriciana, l’agnello marinato alla malvasia e rosmarino, e pancetta con insalata di songino.

Valla, il destino in un soprannome

Valeria Olivotti ha scelto per sé un diminutivo diverso da Vale, quello più comunemente associato al suo nome di battesimo. Una decisione, questa, che riassume la sua passione per l’equitazione, la sua indole, e il suo approccio alla vita. Valla infatti è l’abbreviazione di donna cavalla, appellativo con cui è presente su Facebook (Horsewoman).

Il primo “incontro ravvicinato” con i cavalli è avvenuto quando Valeria aveva due anni, poco prima di diventare sorda. Tale condizione, successivamente, l’ha portata a sviluppare una particolare sensibilità tattile, facilitando la comunicazione anche con i pony considerati più irrequieti e turbolenti.

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Valeria-Valla-OlivottiL’equitazione è stata per Valla una palestra di vita: la corsa a ostacoli, che è la sua specialità, le ha consentito di affinare tenacia e determinazione, contribuendo a definire il suo approccio alla sordità che, spiega, è “un dato di fatto e non un problema”. Anzi, come recita uno dei suoi tanti tatuaggi, rappresenta oggi un dono, un valore aggiunto alla sua personalità. La chiave di volta per mettersi in gioco, relativizzare i problemi ed essere ricettiva nei confronti di tutto ciò che è “altro”.

Le radici di una persona e gli insegnamenti ricevuti dai genitori influenzano almeno in parte il percorso di vita costruito in età adulta. La vitalità, l’entusiasmo e la testardaggine sfoderati da Valla hanno trovato un primo e preziosissimo supporto nella madre, Donatella Montani. La donna, infatti, non solo ha alimentato la sua voglia di fare, ma l’ha anche aiutata a tradurre in realtà il suo sogno, vale a dire aprire un locale. Gli ostacoli che per anni le avevano impedito di inserirsi appieno nel mondo del lavoro non l’hanno scoraggiata, così l’idea di One Sense è affiorata spontaneamente, nel corso di una chiacchierata. D’altronde, anche il cibo può essere considerato un linguaggio, e la sua peculiarità è che la maggior parte delle persone ha una predisposizione naturale a padroneggiarlo.

 
francesca garrisi
 

 

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