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I racconti di chi ha cambiato vita ✌

Per vivere a Dubai il lusso devi guadagnartelo

Grattacieli mozzafiato che si stagliano su un mare cristallino

Lavorare_a_Dubai_Stefano_PiergiovanniÈ questa la prima immagine che Google, il motore di ricerca più famoso al mondo, ci restituisce, digitando Dubai. Lo stato, facente parte degli Emirati Arabi Uniti, attira sempre più italiani, grazie al fascino proprio di un luogo sufficientemente esotico, se visto con gli occhi di un occidentale, ma che vanta un alone glamour non indifferente. Un dato su tutti: il reddito pro-capite è il più alto dei paesi arabi.

Eppure, come ogni paradiso, anche Dubai ha i suoi serpenti, e sono rappresentati dalle difficoltà e dalle insidie a cui deve far fronte chi decide di trasferirsi qui. Perché il lusso è un sogno di molti, ma resta un obiettivo ambizioso, impegnativo e costoso. Anche nel senso letterale del termine.

Dubai in breve

Lavorare_a_Dubai_Stefano_PiergiovanniCome per gli altri stati appartenenti agli Emirati Arabi Uniti, petrolio e gas sono ingredienti essenziali del successo dell’economia. Va comunque detto che è stato intrapreso un processo di diversificazione di tale portata ed efficacia, che oggi metà del prodotto interno lordo deriva da altri settori. Tra questi, il petrolchimico e la raffinazione, le telecomunicazioni l’aviazione e il turismo.

Ribattezzata la Las Vegas araba, cresce ogni anno del 4%, rappresentando un imprescindibile polo attrattivo in qualità di centro di riferimento per lo “sbarco” delle aziende occidentali sul mercato orientale. Così, negli ultimi anni i visti rilasciati sono cresciuti vertiginosamente: solo in Italia, in base ai dati diffusi dal nostro consolato a Dubai, nei primi otto mesi del 2013 si è assistito a un vero e proprio boom (+131%).

Qual è l’atteggiamento di Dubai verso gli stranieri?

Lavorare_a_Dubai_Stefano_PiergiovanniNello stato arabo questi vengono considerati in duplice chiave. Sono ben pagati (per essere assunti è necessario vantare un curriculum “pesante”, in termini di competenze ed esperienze), e anche al momento in cui vanno via ricevono congrui riconoscimenti e vengono ringraziati per il contributo dato allo sviluppo locale. Tuttavia, il “patto” siglato implicitamente al momento dell’arrivo non prevede una permanenza definitiva: nella maggior parte dei casi, al contrario, il soggiorno in loco è determinato dalla partecipazione a progetti di breve durata.

Cittadinanza e proprietà restano quindi, in un certo senso, off limits per gli stranieri.

Un Paese generoso anche con gli stagisti

Lavorare_a_Dubai_Stefano_PiergiovanniI neolaureati che trovano un’occupazione a Dubai ottengono condizioni indubbiamente migliori rispetto a quelle dei loro colleghi italiani. Infatti, godono di benefit quali affitto e voli pagati e riescono a far carriera molto più rapidamente. Nello stato, inoltre, sono particolarmente richiesti i middle-manager, soprattutto in ambito finanziario (manca infatti una classe locale ad hoc), e i profili professionali legati ai nuovi media. In calo le quotazioni degli italiani nel settore della ristorazione, a seguito della gran quantità di forza lavoro proveniente da India e Pakistan.

Le condizioni in cui opera chi vuole intraprendere un’attività in proprio sono, invece, particolarmente rigide, basti pensare che, nella maggior parte dei casi, è necessario avere un socio locale che detenga il controllo di almeno metà dell’azienda.

Mi manda lo sponsor

Lavorare_a_Dubai_Stefano_PiergiovanniDifficilmente chi arriva a Dubai senza aver prima stabilito dei contatti in loco, o senza aver già trovato un’occupazione riesce a rimanere. In tal senso è fondamentale la figura dello sponsor, una sorta di garante che gestisce gli aspetti amministrativi connessi all’ingresso nel Paese. Detta funzione, che si rivela particolarmente impegnativa in quanto implica l’assunzione di responsabilità rispetto al comportamento assunto dallo straniero, può essere assolta da un privato cittadino, da un’impresa o da un’istituzione. Solitamente a farsene carico è il datore di lavoro o, nel caso dei turisti, l’albergo in cui si pernotta.

 
 
 
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Il mio Laos (parte 1). I viaggi di Darinka Montico

La prima volta che misi piede in Laos fu nel lontano 2006. 

laos-1Ci andai da sola, qualche centinaia di euro in tasca e il mio fedele zaino sulle spalle. Entrai dal confine con il Nord-Est della Tailandia.

Spesi due giorni su una bagnarola per arrivare a Luang Phrabang senza miracolosamente bagnare né me, né lo zaino e appena scesi mi tirarono una secchiata d’acqua in testa. Era Pi Mai, il capodanno buddista e ignoravo che fosse usanza festeggiare con guerre d’acqua e farina. Dopo aver lasciato i miei pochi averi ad asciugare in una Guesthouse, mi comprai un vero e proprio fucile a pompa di plastica colorata e scesi in strada. Un bambino mi vide agguerrita e infilò due dita nel grasso della pentola in cui sua mamma stava cucinando qualcosa di talmente piccante che la nuvola di peperoncino soffocava i passanti. Mi disegnò due oleose righe nere parallele sulle guance. Mi sentii più figa di Lara Croft ed entrai in battaglia al ritmo della musica stonata che gli enormi Sound System vomitavano in strada.

Bastarono tre BeerLao (deliziosa birra locale) per ritrovarmi a ballare bagnata come un pulcino, impanata di laos2farina, e fritta dai quaranta gradi centigradi a urlare quanto già amavo questo paese. Dopo sei BeerLao giurai solennemente a uno sconosciuto che prima o poi ci sarei venuta a vivere. Ero completamente rapita dai suoi sorrisi, nonostante la modestia delle condizioni di vita. 

Un paio di anni dopo mantenni la promessa e nel 2008 iniziai a cercare lavoro a Vientiane, la tranquilla capitale. Non sapevo davvero che cosa avrei potuto fare e nonostante non avessi alcun certificato nell’insegnamento della lingua inglese ormai ero più anglofona che italiana e provai a contattare alcune scuole private proponendomi come insegnante. Mi rispose subito la ESBS (Eastern Star Bilingual School) e andai al colloquio convinta che non mi avrebbero mai presa. Si presenta un bell’uomo di palesi origini mediterranee e mi fa sedere nel suo ufficio ( si trattava di una scuola privata di proprietà turca)-

«Hai esperienza con i bambini?» «No»

«Hai mai insegnato in vita tua?»«No»

«Parli inglese?» «Si»
 

«Puoi iniziare domani?» «Certo»

laos3Firmai immediatamente il contratto per un anno. Avrei insegnato a bambini di quarta e quinta elementare, c’era un programma da seguire e stava tutto scritto in un libro che mi è stato consegnato con cd e un proiettore da usare in classe. Stipendio? 1500$ al mese. Orario? 8-12, 14-16 tutti i giorni, esclusi sabato e domenica e feste. Lo stipendio medio di un laotiano è di circa 100$ al mese; con il mio, vivendo una delle esperienza più educative della mia vita, potevo permettermi per la prima volta nella vita una casa grande, una donna delle pulizie, e uno stile di vita che mi permetteva di andare fuori a cena e farmi fare un massaggio al giorno, riuscendo comunque a metterne via più della metà, considerato il costo della vita molto basso.

Certo all’inizio non è stato facile adattarsi al caldo, al ritmo lentissimo della popolazione e ai costumi locali. Per esempio ricordo il giorno in cui i bambini mi chiamarono alla finestra dicendomi «Teacher!! Snake!».In effetti ce n’era uno lungo un paio di metri nel cortile dove si sarebbero riversati da lì a poco per la ricreazione. Chiamai il bidello che con un badile scese e colpì il serpente. Me lo portò in classe decapitato, ringraziandomi per il barbecue che ne sarebbe venuto fuori e  chiedendomi se avrei avuto piacere a parteciparvi!

Leggi anche: Io viaggio da sola. Come rompere vecchi e inutili taboo e non morire d'abitudine

A scuola, sono convinta, feci un buon lavoro. Allo scadere dell’anno molti dei miei piccoli alunni piangevano laos4sapendo che non avrei continuato a essere la loro insegnante, avendo discretamente migliorato la padronanza della lingua (a quel punto avevo deciso di aprire un ristorante, sempre a Vientiane, ma questa è un’altra storia).

Ogni mattina i bambini si trovavano in cortile, e, sistemati in ordine di classe e altezza, cantavano l’inno nazionale; nel frattempo veniva issata la bandiera. Solo dopo ognuno poteva correre nella propria aula. Il Laos è dopotutto ancora oggi una dittatura comunista. Ma se non si parla di politica tutto procede con enormi e onesti sorrisi. 

 di Darinka Montico

Blogger, traveller e autrice di libri

Walkaboutitalia: l'Italia a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni»

 

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