Si finge poliziotto e violenta sedicenne: perché non accada più

In questi giorni sui giornali si sta parlando diffusamente dell’episodio di violenza accaduto a Roma pochi giorni fa, in zona Prati, a danno di una ragazza di sedici anni. Un uomo di nazionalità italiana ha avvicinato tre ragazzine e, fingendosi un poliziotto, con tanto di falso tesserino di riconoscimento, ha convinto una della tre a seguirlo. Da lì la tragedia che tutti hanno letto. In tanti spendono parole a proposito della punizione più idonea per lo stupratore, il solito Salvini propone la castrazione chimica, come se bastasse colpirne uno per educarne cento. Il cuore del problema, crediamo, è che a volte le tragedie si possano evitare. Bisognerebbe insegnare anche ai bambini che se un uomo chiede di essere seguito, specialmente di notte, c’è sempre dietro una cattiva intenzione.  Bisognerebbe imparare a riconoscere un tesserino di riconoscimento vero da uno falso. Il vile che ha commesso lo stupro ha teso una trappola alla quale, forse, se ci fosse stata un po’ di consapevolezza in più, si poteva sfuggire. Questo episodio fa emergere l’urgente necessità di apprendere nozioni di difesa personale, di imparare tutti quei piccoli accorgimenti da mettere in atto nella vita quotidiana per evitare situazioni spiacevoli e pericolose. Se non possono farlo le scuole, forse occorre pensarci privatamente, farsi più furbi degli ignobili, dei vigliacchi che elaborano piani per adescare persone più deboli, più giovani, più ingenue. Poi chiaramente se si è sfortunati la tragedia accade comunque, ma perché non provare a prevenirla, perché non imparare a difendersi? Questo non vuol dire chiudersi in casa, né provare a fare gli eroi, ma muoversi nel mondo consci dei rischi che si possono correre. Sarebbe bello fidarsi di tutti, ma non è così, e forse è meglio un pizzico di diffidenza in più che in meno.

Vale

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