Nadia Luppi: «la disabilità non è un limite, ma un fiore da cogliere»

Come vi sareste sentiti, se all’età di nove anni, all’improvviso, qualcuno avesse tolto i colori al vostro mondo, privandovi della vista? Come avreste reagito, se di colpo e senza un valido motivo, avessero “spento la luce” ai vostri giorni? 
Quasi certamente la rabbia, come una marea, si sarebbe sollevata, trascinando con sé tutto, o giù di lì. Voglia di vivere, speranza, curiosità. Non sempre si riesce a salvare qualcosa dal “naufragio”, ma quando succede, ci si regala un intero universo, tutto da assaporare. Questa è la storia di Nadia Luppi, una giovane ipovedente che, con tenacia e determinazione, ha trasformato la malattia in opportunità, usandola come “leva” per diventare padrona di un mondo: il suo.
 
Gli occhi di Nadia hanno cominciato a fare le bizze quando era a scuola, modificando irrimediabilmente la sua quotidianità. «Nessun bambino vuole star seduto al primo banco. Io sono stata costretta a finirci … e a dovermi far aiutare da compagni e maestre». Da qui è iniziato un percorso difficile, a tratti accidentato, in cui tristezza, sfiducia e frustrazione non sempre sono stati distinguibili da sogni e bisogni. Tuttavia lei non ha mai rinunciato a provarci, e nel frattempo si è laureata in Filosofia e specializzata in Diritti Umani. 
Oggi Nadia lavora come centralinista ma, spiega, la sua vita è molto altro e oltre, rispetto alle 38 ore trascorse in ufficio. Varcata quella porta, infatti, si apre un file molto più corposo, vivido e avventuroso. Quello costituito dai suoi desideri, e dall’impegno con cui, ogni giorno, li annaffia. 
 
Fotografia, scrittura, counseling. In una parola, amore. Per sé, e per il mondo circostante. Sono questi gli ingredienti principali della vita di Nadia Luppi. «Questa esperienza mi ha messa nelle condizioni di riflettere sulle tante metafore della vita, “obbligandomi” a fare a meno dell’apparenza, emancipandomi dalla famigerata “prima impressione”, spesso decisamente limitante, e vincolante. L’Emilia è la mia terra, e me la porto dentro, ma questo non mi impedisce di coglierne i limiti. Il modello del fare, correre, sacrificarsi in nome del lavoro a volte pregiudica la ricchezza del sentire e “annusare”. Per questo è vitale ritagliarsi lo spazio, mentale e temporale, di ascoltare noi stessi e chi/cosa ci sta intorno. Quando mi sono fermata a respirare, ho conosciuto persone speciali, e oggi le porto con me, come una specie di portafortuna».
 
Instancabilmente affamata della vita. Si può definire così, in una parola, Nadia. Un pregio, questo, che le permette di non perdere di vista – al di là delle facili battute – ciò che davvero vale. «Prima ho dato voce al mio malessere, attraversando anche l’inevitabile fase dell’autocommiserazione. Poi, ho realizzato che, per vedere concretizzate le mie ambizioni, dovevo conoscermi, prima, e imparare a valorizzare ciò che avevo/ero. A posteriori, al netto di tutto, posso dire che la mia “disabilità” mi ha aiutata. Mi ha permesso di “afferrare” cose che, probabilmente, altrimenti mi sarebbero sfuggite di mano».
 
Franziska
 
 
 
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