Johatsu o Karoshi, cancellare la propria identità

Johatsu, o gli “evaporati”.

In Giappone è una parola usata migliaia di volte. Anzi, centomila volte perché secondo una ricerca questo è il numero delle persone che ogni anno decidono di cancellare la loro identità per cercare di ripartire da capo.

In cosa consiste sparire?

Nella maggior parte dei casi le persone non scompaiono fisicamente ma legalmente. Cambiano nome, indirizzo e legami professionali. E questa pratica è molto semplice da eseguire perché in Giappone la legge sulla privacy è ferrea. Possono essere mantenuti segreti i movimenti senza che i parenti possano consultare i dati finanziari. Soltanto la polizia in caso di crimini può indagare sui dati personali.

Perché sparire?

La cultura giapponese mette pressione. La “regola” è salvare la faccia. È facile perdere le staffe se alle spalle c’è la priorità chetutto debba essere preciso e perfetto. 

Penso all’Italia. Un ponte che per essere costruito richiederebbe ipoteticamente due mesi di tempo, nel Bel Paese viene eretto in cinque mesi. E fa parte della normalità.

In terra nipponica è impensabile un ritardo di questa portata; se un responsabile impiega un giorno in più rispetto alla scadenza si dimette, chiede scusa e si vergogna, a tal punto da sentirsi un fallito. 

Quali sono le cause?

Negli anni Novanta ci fu un crollo economico. Tante persone cercavano una via di uscita e “evaporare” sembrava essere la scelta prediletta. Ad oggi le principali cause le ritroviamo nel lavoro: turni stressanti e troppi straordinari, tanto da non potersi godere le vacanze. È come se si corresse senza sosta 365 giorni l’anno, dimenticandosi di sentirsi vivi. 

 

Karoshi

È un’altra parola utilizzata dai giapponesi per descrivere i suicidi dovuti al troppo lavoro. Nonostante il governo cerchi di intervenire affinché i dipendenti delle società lavorino meno, il numero di chi decide di mettere fine alla propria vita rimane alto.

La foresta dei suicidi

Aokigahara, conosciuta anche con il nome di Jukai è una foresta situata alla base del monte Fuji. È il luogo prediletto per chi decide di uccidersi

L’impiccagione o l’overdose da farmaci sono i mezzi principali utilizzati. Sul luogo sono presenti cartelli in lingua giapponese e inglese in cui si invita ad evitare di compiere l’insano gesto chiedendo aiuto a specialisti. Ma visto l’ elevato tasso di suicidi, segnalazioni o frasi sulla bellezza della vita non sembrano essere tanto efficaci.

A far luce su questo luogo e fenomeno è stato tra altri il regista Gus Van Sant nel film La foresta dei sogni. Il protagonista si addentra nella Jukai per porre fine alla sua vita ma alla fine sarà in grado di uscirne con le proprie gambe. Ed è quello che vorremmo accadesse anche fuori da una pellicola cinematografica. Ma purtroppo la realtà giapponese, altamente totalizzante, continua a avere la meglio.

 

di Luca Mordenti

 

 
 
 

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