Dall’Italia al Texas con biglietto di sola andata. E il petrolio non c’entra

Hai trovato l’America, eh! Curioso come, a volte, modi di dire anche inossidabili nascano da stereotipi relativamente lontani dalla realtà. Infatti, il Paese a stelle strisce offre sì ghiotte opportunità di carriera e riscatto a molti europei (e italiani) delusi, ma certamente non regala niente. Bisogna guadagnarsi “sul campo” la nuova chance della propria vita. Le storie di Simone e Costanza ne sono la prova. Ecco il racconto del loro “salto” verso Houston, in Texas.
 
Simone, nato in Liguria alla fine degli anni Settanta, è letteralmente cresciuto con il mito dell’America. Dopo gli studi informatici, è stato assunto da un’azienda i cui uffici sono praticamente in tutto il mondo, quindi anche nella cittadina texana. Quando gli viene proposto di trasferirsi lì, accetta. «Inizialmente, la cosa più difficile è stata ottenere un visto lavorativo, in quanto, per riuscirci, bisogna «dimostrare di avere capacità particolari, che nessun altro lavoratore americano ha, e quindi che solo tu puoi ricoprire tale incarico».
 
Lo “scoglio” che ha dovuto superare subito dopo è stato quello legato al rilascio della patente, obbligatoria per tutti i residenti in Texas. L’esame teorico da sostenere è alquanto impegnativo, poiché prettamente nozionistico. Simone ce l’ha fatta, e il suggerimento che dà a chi è nella sua stessa condizione è di recuperare su Internet il libro dei quiz. «Parecchie domande sono sulle cifre delle varie multe vigenti, e sinceramente se posso arrivare col buon senso a capire che con doppia linea continua non si deve superare, le cifre sono aleatorie e vanno imparate a memoria».
 
D’altro canto, spiega, da Houston la crisi che attanaglia l’Europa è qualcosa di talmente lontano da apparire irreale. «Qui per fortuna ci sono davvero pochi problemi, e lo dimostrano la miriade di cartelli di assunzione che vedo quotidianamente nei più disparati negozi e uffici. Per questo motivo la gente qui è molto più amichevole, dato forse anche dal loro retaggio storico, però ho assistito ad episodi che mi hanno spiazzato e che mai vedrei nel mio paese, come le commesse dei supermercati accompagnare con l'ombrello i clienti col carrello alle loro automobili durante un acquazzone».
 
La bis-mamma Costanza, invece, si è ritrovata a Houston a causa del trasferimento per lavoro del marito. «Per il primo mese siamo stati sistemati in un temporary living gentilmente offerto dalla sua società, e in quei 30 giorni abbiamo girato la città da Nord a Sud, da Est a Ovest in cerca di una casa. Non è stato facile, il sistema è completamente diverso dall’Italia e i realtor che assistono gli expat tentano sempre di sistemarli dove più conviene alla loro commissione. Alla fine, comunque, abbiamo trovato una buona sistemazione».
 
Una delle caratteristiche più emblematiche di Houston, però, è la sua mentalità, chiusa e, per certi versi, diffidente. «Chi vive qui, si sente prima di tutto texano, e poi americano. Nonostante la città sia fortemente internazionale, in quanto dotata di alcune eccellenze uniche al mondo come il settore medico e quello dell’Oil&Gas, dimostra scarso interesse verso uno sviluppo che aiuti gli stranieri a sentirsi più a loro agio. Quando devi mettere radici da queste parti, se non sei texano, sei soggetto a tutto una serie di sbarramenti che allungano l’iter burocratico (e che ci fanno strabuzzare gli occhi in certi casi)».
 
Perché, quindi, Costanza e il marito hanno deciso di tenere duro? «Se dovessimo tornare indietro di un anno, rifaremmo tutto esattamente come abbiamo fatto. È un’esperienza che stiamo affrontando tra le mille difficoltà di essere dall’altra parte del mondo da soli, ma che ci sta rivelando che siamo più forti di quanto potessimo pensare. Inoltre, la sensazione di aver fatto bene la si vede riflessa nel sorriso e nella serenità dei bambini, che più di tanto non hanno patito il cambiamento».